venerdì 6 aprile 2012

Un Palazzo Reale Surreale

      In pochi metri di un Palazzo Reale mai stato così surreale.       Il largo sorriso solare di Dario Fo che accoglie a braccia aperte il gruppo di amici invitati alla sua mostra.   La parte più viva e intelligente, anche la più divertente, della musica cantata e suonata, quella che Milano ha ancora profondamente nell’anima, ma che sente suonare raramente.   Franco Cerri curvo sulla sua  Gibson e già decollano le prime nitide note di jazz. A fianco, Enrico Intra al piano e i ragazzi della sua scuola, fiati e contrabbasso, una promessa  per il futuro in attimo irripetibile come questo. Poesia pura: automa ermetico ecco l’amico Enzo Jannacci. Silenzioso. La bocca da bambino che ride con gli oeucc de bùn. L’aura estraniata da alieno che non sembra nessuno torna da lontano e ci commuove. Canta e si guarda la punta delle scarpe e alza gli occhi al cielo, le braccia appena allargate e le mani quasi chiuse, a delicato pugno.   Solleva il dito, ora lo muove ora lo tiene fermo sospeso nell’aria, cantando la storia del barbùn che conosciamo. Tutti ci uniamo a lui in coro: El purtava i scarp del tennis, ma ci dimentichiamo dell’ultima strofa. La più tragica e provocatoria, lui ci ricorda, e riattacca. Maestro anche alla tastiera, accompagna in sottofondo con intima naturalezza la breve apparizione mediatica di Celentano, sotto un bombardamento di flash. Quando l’improvvisazione si trasforma in realtà magica non è degli sprovveduti.  

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