giovedì 16 febbraio 2012

Realität. Nessun passato va dimenticato. (4° puntata)


L’avventura dei giovani pubblicitari ebbe inizio nella metà avanzata degli anni Settanta. Furono anni importanti per tutti, in particolare per quelle persone che nel mondo vissero con intensità il proprio tempo. Come sostengono gli storici, un periodo troppo vicino perché sia giudicato, ma che personalmente ritengo abbia insiti in sé, nei pensieri e nei movimenti “suoni” da leggenda. Con una certa amarezza e delusione bisogna però affermare, che a metà degli anni '70, questa storia iniziata nel '68, perdeva per sempre e dolorosamente, i suoi aspetti romantici ed epici. Lascio questa divagazione ai molti che hanno già scritto tanto, forse troppo sull'argomento e ritorno in tema.
Gli anni '70 furono tempi di «riflusso». Infatti “nella prima metà degli anni ’70 (crisi del dollaro, conflitto arabo-israeliano del ’73, crisi petrolifera, tramonto del maoismo, fine della guerra del Vietnam) possono essere considerati come le premesse, o i segni premonitori, di una crisi generale […]. Le trasformazioni economiche e sociali degli anni Settanta si accompagnarono nelle società industriali dell’Occidente, a un mutamento profondo delle ideologie e della politica corrente. […] nel ’60 e nei primi anni ’70 la cultura di sinistra era stata (soprattutto per le generazioni più giovani), la cultura egemone: sia nella versione riformista, che accettava la «società del benessere» e cercava di guidarla verso traguardi di maggior giustizia sociale; sia nella versione rivoluzionaria, che rifiutava quella società e contestava il riformismo gradualista».[1].
Realität inizia la sua attività proprio nel periodo del «grande riflusso», furono anni molto difficili per tutta l’Europa, tutti i paesi della Cee soffrirono per un rincaro dei prezzi considerevole del petrolio, che come si sa porta sempre a un aumento di tutti i generi di consumo, alimentari e no. Ovviamente le aziende italiane, grandi e piccole, furono costrette a tagliare gli investimenti, compresi i costi per la pubblicità.
Eppure, quelli furono anni di grande creatività per la pubblicità. Le televisioni di Berlusconi dovevano ancora arrivare, gli spazi pubblicitari della Rai Radiotelevisione Italiana erano limitati e costosi. I giornali e le riviste erano privilegiati nelle pianificazioni media.
Quegli anni furono una grande palestra per le coppie creative, i budget erano limitati ed era fondamentale realizzare delle campagne che colpissero già dalla prima uscita l’attenzione del consumatore.
I creativi[2] migliori erano coccolati e strapagati, gli account[3] meno!
In quegli anni, le migliori agenzie di pubblicità, grandi e piccole, non erano per niente depresse. Gli account e i creativi erano dinamici, ma tutti quelli che lavoravano in un’agenzia di pubblicità erano soddisfatti e molto considerati all’esterno. Lavorare in pubblicità era un privilegio.
Le agenzie cercavano di dare il massimo e nacquero molte piccole strutture simili a Realität, come la STZ e la GGK, ma anche questa è un’altra storia.


[1] G.SABATUCCI, V.VIDOTTO, Il mondo contemporaneo. Dal 1848 a oggi, Editori Laterza, Roma-Bari, 2005, p. 543.
[2] I creativi, solitamente sono una coppia formata da un art-director e da un copy-writer. L’art-director si occupa dello studio della parte visiva, cioè di quello che il consumatore dovrà percepire visivamente. L’immagine potrà essere statica (disegno, fot) o in movimento (spot televisivo, film, banner, ecc.). Il copy-writer si occupa dei testi (titoli, testi, sceneggiature, ecc.).  I creativi usano dei “codici” per sviluppare l’idea creativa “attraverso i quali il messaggio pubblicitario viene veicolato, con lo scopo di sorprendere, divertire, stupire lo spettatore o il lettore, ma soprattutto di convincerlo” E.LEHMANN, Le professioni della Pubblicità, Carocci, 2004, pp. 74-75. Per i “codidi, vedi E.LEHMANN, Le professioni della Pubblicità, Cit, pp. 75-77.
[3] “E’ un termine preso a prestito dal mondo bancario e significa «conto». In pubblicità indica la quantità di denaro che un’impresa dà in gestione a un’agenzia di pubblicità, la quale, per conto dell’impresa e a fronte della corresponsione di una commissione percentuale o di una remunerazione fissa, crea i messaggi, pianifica e compra gli spazi sui media, controlla la loro effettiva uscita” E.LEHMANN, Le professioni della Pubblicità, Cit, p. 113. Questo termine però definisce anche le persone che interloquiscono con il cliente, gestiscono il budget, studiano il prodotto da pubblicizzare, analizzano i documenti, le ricerche di mercato, visitano gli stabilimenti (ove possibile), si recano sui punti vendita per analizzare il posizionamento del prodotto o come viene venduto, redigono la parte analitica della strategia, evidenziano il brief del cliente e insieme ai creativi sviluppano la Strategia Creativa. Tutta l’attività dell’agenzia, dal momento del brief (obiettivo di comunicazione del cliente), alla messa in onda o all’uscita della campagna stampa è affidato a un account. Come scrive Enrico Lehmnn, account è la forma abbreviata per definire un ruolo che ha in realtà più definizioni che descrivono tre livelli di responsabilità crescente: account executive, account supervisor e account director. Per approfondire gli argomenti trattati vedi sempre E.LEHMANN, Le professioni della Pubblicità, Cit.

Nessun commento: