mercoledì 29 febbraio 2012

Realität. Nessun passato va dimenticato. (10° puntata)



Sono alla ricerca della campagna stampa italiana realizzata per “Souleiado”, che ricordo era a colori. Purtroppo non è facile recuperare tutte le campagne studiate da Realität. Infatti, con il tempo qualche lavoro, è tolto dai portfolio[1] dei creativi e si perde.
Il mio amico Carlo non può aiutarmi, perché gli account non tengono un archivio dei loro lavori e devo dire che è un vero peccato! Spesso proporre una campagna è molto più complesso che realizzarla e inoltre i bravi account vivono intensamente la parte strategica e lo sviluppo creativo dell’idea. Le capacità di un account, secondo il mio modesto parere, dovrebbero essere valutata anche dal portfolio contenente i lavori che hanno raccomandato al cliente e che sono stati pubblicati, esattamente come per i creativi. Magari completando il tutto con le analisi e le strategie da loro scritte, studi indispensabili, su cui dovrebbe poggiare tutto il lavoro creativo. Ho conosciuto molti account, pochi sapevano scrivere un documento! Anche quelli americani.
Tornando alla pagina per “Souleiado” potremmo dire che è un po’ troppo “tecnica”, più simile a un depliant, ma questo era il suo compito e quindi è comprensibile che i creativi l’abbiano potuta escludere.
Comunque quella riprodotta qui sopra è la versione tedesca. Il mercato tedesco diede una buona risposta. Il tessuto era di ottima qualità, con una gamma di colori molto ampia, era impermeabile e lavabile. Insomma, un ottimo prodotto italiano. Il cliente con i baffetti disse - Oh bravi! Ora son contento. La pagina, infatti, gli permise di ottenere dei buoni risultati di vendita e ottimi ricavi.


[1] Portfolio La raccolta dei lavori (campagne, annunci, testi dei comunicati radio, ecc.) fatti da un creativo durante la sua carriera. Il portfolio serve per accreditarsi presso nuovi potenziali datori di lavoro (agenzie, aziende, enti pubblici, ecc.). Per le agenzie si preferisce invece parlare di “credenziali”. Di norma queste raccolgono la storia dell’agenzia, la sua composizione societaria, l’eventuale appartenenza a un gruppo internazionale, i clienti per i quali ha lavorato in passato e quelli per cui sta lavorando, il suo metodo di lavoro, la sua filosofia creativa, la composizione della forza lavoro, le sedi operative, la posizione sul mercato e il prodotto creativo. Vd.  E.LEHMANN, Le professioni della Pubblicità, Cit, p. 121.

lunedì 27 febbraio 2012

Il Flauto Magico di Erland Josephson


Il guerriero stava aspettando, con i piedi piantati in cumulo di neve, la spada conficcata nel terreno. Di fianco, Angelo guardava insieme a lui l’orizzonte. Sarebbe arrivato da est, lo sapevano entrambi, volevano salutarlo. L’avrebbero visto sfrecciare nell’aria e illuminare la notte. Aspettavano incuranti del vento gelido. Guardavano il cielo come a cercare la cometa, quella cometa! Niniane sollevò il velo, lasciò risplendere i suoi occhi di fata, erano così belli, era per quelli che Merlino si era perso, ma sbaglia chi pensa che ne rimanesse imprigionato, sbaglia chi pensa di trovarlo chiuso in una grotta. Merlino è sempre il Mago che era e dal suo cespuglio guarda il mondo e protegge i Cavalieri che cercano il Sacro Graal. Il Guerriero della Slitta sentì il fruscio del velo, sentì lo sguardo intenso della Fata delle Fate, un fremito lo scosse, Angelo si appoggiò alla sua gamba sinistra e lo guardò con i suoi profondi occhi azzurri. Quella era una notte particolare, era dedicata a un attore. Lui sarebbe passato di lì, per volare oltre i confini, oltre il ghiaccio eterno, oltre le sette lune. Erland Josephson sarebbe passato sopra di loro. Il suono di un flauto ruppe il silenzio dei ghiacci, fu un attimo e tutto era passato.

Realität. Nessun passato va dimenticato. (9° puntata)


La fragorosa risata di Peter ruppe il silenzio nelle tre stanze della sede di Realität, in Via del Caravaggio. Un bel corridoio illuminato da un’ampia porta finestra con i vetri colorati, che dava sul cortile, univa tra loro tre stanze e i servizi. Appena entrati dalla porta d’ingresso, si poteva vedere, attraverso la porta a battenti di legno nero, la sala riunioni. Un lungo tavolo di legno naturale contornato da otto sedie e una lavagna a fogli mobili era l’arredamento, alle pareti alcune riproduzioni di opere di Andy Warhol. Non ostante, la sede fosse al primo piano, era molto luminosa e anche d’inverno, nelle giornate di sole, la luce illuminava piacevolmente gli ambienti. La sala riunioni era collegata allo studio degli account da una porta a molle. A sua volta lo studio degli account era collegato all’ampia stanza dei creativi. La sede era stata scelta proprio per queste caratteristiche, nessuno era isolato e solo all’occorrenza si potevano separare gli ambienti. Nulla era stato scelto a caso dai soci. L’aria che si respirava era buona, quei ragazzi erano sinceri. Un mio amico, produttore della concessionaria di Radio Studio 105, mi raccontò che andava spesso a trovarli, pur sapendo che non avrebbe cavato un ragno da un buco, così per chiacchierare un po’ con Carlo e Peter. Mi disse - tutte le agenzie dovrebbero essere come Realität, è un piacere lavorare con loro, niente boria, niente superbia, niente maleducazione. Non importa se spesso non porti a casa budget, quando succede sei più felice del solito.
Peter e Carlo avevano scritto centinaia di lettere di accompagnamento alla brochure. Le spedivano ad aziende di varie dimensioni, aspettavano quindici giorni e poi chiamavano i responsabili per fissare un appuntamento.
Le lettere erano personalizzate, a ogni azienda facevano un discorso specifico. Questa è una prassi che spesso seguono tutte le agenzie. Carlo mi confidò che inizialmente, i risultati furono magri, su cento brochure spedite riuscivano a fissare uno o due appuntamenti, ma quel giorno, la risata di Peter segnalò qualche cosa d’insolito: un cliente aveva chiamato per chiedere un incontro. Era il proprietario della “Souleiado” di Prato. Rispose Carlo al telefono, in Realität non esistevano le segretarie. Quel signore gentilissimo, di cui nessuno si ricorda il nome, diventò il primo cliente dell’agenzia. Quante persone si dimenticano e si perdano durante la vita. 
Carlo mi raccontò - Peter aveva più esperienza di me, detto in parole povere era il direttore del servizio clienti, anche se nessuno dirigeva nessuno. Il giorno fissato per l’appuntamento però non avrebbe potuto essere presente, non ricordo il motivo. Così andai da solo, una responsabilità che mi pesò notevolmente. In treno continuavo a guardare il “portfolio” che raccoglieva tutte le campagne fatte dai creativi. Mi sentivo come uno studente in attesa dell'esame, avevo il caratteristico stomaco bloccato e la sensazione di vomito. La difficoltà era riuscire a spiegare al Cliente che lui sarebbe stato il primo e che questo sarebbe stato un vantaggio. Il perché non lo sapevo allora come oggi. So solo che riuscii a fare un’ottima impressione, tra noi scattò la simpatia e la “Souleiado” diventò il nostro cliente più importante.
L’azienda produceva un prodotto avveniristico, per allora, un tessuto sintetico che riproduceva perfettamente le caratteristiche della pelle scamosciata. Quel signore con i baffetti e l’accento toscano, così mi disse Carlo, aveva grandi idee in testa.
Il budget era molto piccolo e la campagna uscì sulle testate specializzate, sia in Italia, sia in Germania.
Questo primo successo diede speranza ai giovani di Realität, infatti, sino allora l’agenzia si era mantenuta e per qualche tempo si sarebbe sostenuta ancora, con l’attività freelance[1] dei creativi e questo non poteva durare.
In realtà era già uscita una pagina dall’agenzia, ma era una campagna Pubblicità e Progresso[2].
Con certezza, questo è quello che provo guardandola. Questa pagina è la più bella campagna, mai fatta per Amnesty International.
La campagna non è firmata, così erano e forse sono ancora le regole per questo tipo di “campagne sociali”, ma questa pagina è interamente opera dei creativi di Realität e anche il modello che si prestò a interpretare il “prigioniero” era un loro amico.
Questa campagna è così attuale che potrebbe uscire su tutte le testate, domani mattina!







[1] Freelance  (“lancia libera”) Si tratta di professionisti che lavorano in proprio. Possono essere creativi (singoli o in coppia: art+copy) che lavorano direttamente per clienti o per agenzie. Di solito queste utilizzano un gran numero di freelance: illustratori, storyboardisti, musicisti ecc. in E.LEHMANN, Le professioni della Pubblicità, Cit, pp. 117-118.
[2] La Fondazione Pubblicità Progresso è un'associazione no-profit, che dal 1971 è impegnata su temi morali, civili ed educativi attraverso la realizzazione di campagne pubblicitarie studiate, realizzate e messe on-air gratuitamente. 

venerdì 24 febbraio 2012

Realität. Nessun passato va dimenticato. (8° puntata)


“Troppo rossi” lo erano veramente, ma in modo costruttivo, la rivoluzione era da loro concepita come cambiamento, un'evoluzione verso qualche cosa di migliore, sia a livello esistenziale, che culturale. Erano tutti, chi più, chi meno, figli della borghesia e del benessere, ma anche di una società rinata sulle fondamenta della dittatura fascista. Non c’è niente di più naturale e comprensibile in tutto questo. Anni dopo incontrai in Messico, a Guadalajara, Peter Z.L., che si era trasferito da qualche tempo in quel paese e lì aveva aperto insieme a sua moglie un centro benessere. Lui in particolare si occupava della produzione e della commercializzazione di prodotti di bellezza. Peter si era occupato con Carlo A. T. del new business e della gestione dei clienti in Realität. Peter, come ho già scritto, era un “inglese levantino”, un connubio esplosivo, aveva una carica di simpatia notevole, la sua risata apriva un mondo di aspettative in chi lo conosceva. L’ho sempre immaginato a bordo di un vascello corsaro, magari con Sir. Francis Drake. Qualche cosa d’ingenuo, però c’era in lui e questo credo gli abbia impedito di trovare l’Isola del Tesoro, ma questa è un’altra storia. Ero a Guadalajara per caso, anzi per fuga, avevo terminato da poco una campagna pubblicitaria, che aveva consumato tutte le mie risorse creative. Avevo preso il primo aereo che passava ed ero atterrato lì.  Dal suo ex socio e mio grande amico Carlo A., sapevo che Peter abitava da quelle parti. Cercai su una guida il suo numero e lo trovai! Così lo raggiunsi a casa sua. Era una bella abitazione con un delizioso giardino, con due magnifici artocarpos (alberi del pane) e una piccola piscina. Restai ospite da lui per tre giorni e fu un soggiorno che non dimenticherò. Peter mi raccontò la sua vita, e tra i diversi aneddoti, mi raccontò della prima e unica riunione tra cooperative di comunicazione della Lega, cui lui e Carlo parteciparono. Partirono da Milano con la sua Fiat 126 e raggiunsero Ferrara. Infatti, la riunione si tenne da quelle parti. Peter non ricordava esattamente il luogo. Ogni responsabile doveva descrivere com’era composta la società e il metodo di lavoro.  Realität era l'unica vera agenzia di pubblicità in quel consesso, non solo, era anche l'unica che aveva una struttura e un pensiero profondamente "socialisti".  I cooperatori ascoltarono la relazione dei due giovani a bocca aperta e alla fine esplosero, tutti rossi, ma solo in volto, gridando - voi siete dei " cinesi'!  Peter guardò Carlo, che assentì con la testa e disse con il suo accento inglese - E allora!? Noi abbiamo degli obiettivi realmente condivisi, i nostri pensieri e il nostro modo di lavorare appartengono solo a noi. Non abbiamo bisogno di essere benedetti da nessuna chiesa. Questo è il nostro sistema di lavoro e di vita, il nostro pensiero non appartiene a nessuno, nemmeno a quella corrente che voi definente "cinese".  Così Realität non fu benedetta dalla Lega, ma con il tempo acquisì i migliori clienti associati a essa. Quella sera Peter e Carlo festeggiarono, bevendo del Lambrusco, a casa del loro ospite. Un cugino di Peter abitava in quella città e fu una fortuna per le loro tasche, non avrebbero potuto permettersi nemmeno una locanda decadente. Peter era felice di ricordare quei tempi, dopo tutto quelli erano stati anni molto belli e difficili. Un velo di rimpianto si dissolse nella sua fragorosa risata.

martedì 21 febbraio 2012

Credere in una mela

Che cosa significa credere? E’ forse pensare a un’esistenza ultra terrena? Cosa c’è di più inconcepibile per la mente umana. Penso sia impossibile credere e quindi avere fede, senza avere un obiettivo concreto e umano, terreno. La nostra forza è nelle nostre mani e nella nostra mente ed è molto di più di quanto pensiamo, troppo spesso ci dimentichiamo che questo è il dono. Che felicità quando riusciamo a sentire che viviamo, purtroppo questa sensazione dura un attimo e poi torniamo quelli che siamo. Dovremmo credere di più nella nostra vita, dare quello che possiamo e assopirci sereni un domani, contenti che la vita continua.

Difficile quello che scrivo perché dovremmo essere più umili nei confronti di tutto quello che ci circonda, rispettosi anche quando stringiamo una mela prima di mangiarla, perché la vita è quello che scorre dentro di noi e ha un futuro che dipende da noi.

La Binetti ha detto "caspita"!

...a me era sembrata una parolaccia più sostanziosa, ma!

Link

http://www.radio.rai.it/podcast/A42420583.mp3

lunedì 20 febbraio 2012

Realität. Nessun passato va dimenticato. (7° puntata)




Il pelo sullo stomaco mancava anche ai cinque di Realität, ma loro non lo sapevano. Non so dirvi se poi, con il tempo, crebbe, quel pelo!  A me piace pensare di no. Sicuramente quando lasciarono le agenzie dove lavoravano, per iniziare la loro avventura, avevano maturato una notevole esperienza. Certo non potevano mostrare le campagne creative che avevano studiato, non sarebbe stato corretto. Potevano, però, segnalare per chi avevano lavorato. Così fecero nelle due pagine conclusive della loro brochure.  Penso che Realität sia stata “un’agenzia veramente nuova” e che lo abbia dimostrato.  Portai con me, rientrando negli Stati Uniti, la loro brochure, ora mi dispiace ricordare che la lasciai in un cassetto per anni. Avrei potuto usarla. Infatti, a quei cinque mancava un aggancio internazionale. «Sono troppo “rossi”» pensai mentre la riponevo in quel cassetto, questo bloccò qualsiasi mia iniziativa.

La Binetti ha detto una parolaccia a “Un giorno da pecora” Rai Radio 2!


Pubblicherò prossimamente link al podcast non appena lo pubblicheranno.

Realität. Nessun passato va dimenticato. (6° puntata)



Questa sensazione l’ho provata quando abbandonai definitivamente la professione d’art director. Infatti, anch’io come i cinque ragazzi di Realität ho fatto il pubblicitario, negli States, per vent’anni, poi ho preferito fare il musicista. Ho collaborato per parecchi anni con importanti agenzie.  L’advertising è un mondo particolare, ma non è per niente dorato. La testa deve abituarsi a ricevere informazioni disparate, alcune aride, a volte false. Devi abituarti a cose dette davanti e altre fatte dietro.  A volte senti fischiare le orecchie e questa è infondo una cosa buona, altre “senti fischiare i coltelli”. Mi sono divertito per alcuni anni, poi ho incominciato a vedere la realtà, ho iniziato a provare un sentimento profondo di disgusto, ho trascinato la mia vita tra un’agenzia e una fuga con la mia Harley-Davidson. Ho iniziato a collaborare con un’importante rivista di musica.
Cercando articoli per questa testata, mi è venuta voglia di rincominciare a suonare. Ho fatto quello che in Italia viene definito "turnista", andavo a suonare quando mi chiamavano. L’evento che mi allontanò definitivamente dal mondo della pubblicità, fu un incontro in un pub di Memphis. Ero andato per scrivere un articolo su un locale che allora era molto frequentato e famoso il “Memphis Slim Modern Club”, quella sera suonava Jim Douval con il suo gruppo. Rimasi impressionato dalla sua chitarra e scrissi il mio ultimo articolo per la rivista e non tornai mai più in un’agenzia pubblicitaria. Ho suonato per un certo periodo con Jim Douval e poi sono tornato definitivamente in Italia. I soci di Realität li avevo conosciuti durante uno dei miei rientri in Italia, tornavo spesso per rivedere mia madre. Lei aveva una galleria d’arte dalle parti di Via Brera, era professionalmente molto considerata, anche se non ha mai avuto il pelo sullo stomaco adatto a questo lavoro.

Realität. Nessun passato va dimenticato. (5° puntata)


Il 17,65% al netto degli sconti effettuati dai media. Questa percentuale rappresenta il compenso delle agenzie di pubblicità, a  quei tempi. Tanto! Un’esagerazione. I budget potevano andare dai due miliardi di lire sino ai quaranta e oltre. Certo, poi ci si accordava con i clienti, si facevano degli sconti, che poi si potevano recuperare con delle “provvigioni” sui fornitori (illustratori, fotografi, fotocompositori, fotolitisti, stampatori, case di produzione radio o cinematografiche, con le diverse concessionarie media e così via). Tutti lo sapevano, ma “non si doveva pensare”.
I cinque giovani, sapevano tutto questo, così decisero di agire in quell’area e lo scrissero nella loro brochure «Risolviamo qualsiasi problema di comunicazione», e voi «pagate solo per i problemi di comunicazione che avete realmente da risolvere». Realität proponeva un sistema di remunerazione basato sui costi orari. Compensi per il tempo effettivo dedicato a seconda la complessità del problema da risolvere, un sistema così coerente che rendeva possibile, in linea teorica, anche di consigliare di non investire. Un vero paradosso per dei pubblicitari. Scrivevano nella loro brochure, perché tutte le volte che non è obiettiva, qualsiasi forma di consulenza pubblicitaria va ad incidere sui costi della pubblicità con un segno negativo: una soluzione artificiosa, un mezzo scelto per comodo, indeboliscono la stessa efficacia del messaggio, inflazionano l’investimento».
Rileggo e sorrido incredulo e mi domando, ma questi ci credevano veramente! Posso testimoniare di sì, li conoscevo, li ho visti per esempio in un afoso pomeriggio di luglio, arredare la loro sede. Due stavano mettendo insieme i tavoli. Avevano acquistato dei ripiani di legno naturale da “Pedano”, un famoso negozio di Milano - prima che arrivasse Ikea tutti i giovani che volevano arredare, in qualche modo la loro casa, andavano lì – e a essi fissavano delle gambe di acciaio acquistate all’UPIM. Uno teneva una scala, mentre l’altro fissava il lampadario di carta al plafone della sala riunioni. Un altro seduto su una sedia ancora incellofanata scriveva minuscoli appunti su un foglietto. Era tardi, erano andati lì a montare dopo ore di lavoro nelle agenzie dove ancora stavano lavorando. C’era della musica, mi sembra fossero i “Velvet Underground”, se non sapete chi sono, vi suggerisco di andarli a scoprire. C’erano delle bottiglie di vino e delle lattine di birra sparse un po’ ovunque. Sapete cosa ricordo di più, i loro sorrisi, erano veramente liberi. A tutti capita almeno una volta nella vita di provare questa sensazione, spesso si ha quando si fa una scelta giusta.

venerdì 17 febbraio 2012

Il plettro ape di Jeanluc e Patty Smith



Voi non avete mai visto Jeanluc suonare. I suoi occhiali si appannano di gioia e la sua chitarra sparisce tra le sue mani. I suoi accordi sono morbidi, il plettro un’ape. Tanti anni fa ho suonato a New York con Jeanluc, è stato il più bel concerto della mia vita. Lui è un grande amico, ogni tanto ci troviamo come in sogno. Abbiamo composto molti brani insieme, poi li abbiamo dimenticati. Facciamo sempre così. Che importanza ha, pensate a quante sono le note gettate a San Remo. Arriva Patty Smith, non sa nemmeno, dove si trova, chiude gli occhi per sentire il suo pubblico, lì non c’è, ma canta la canzone dedicata al marito nel silenzio della sua mente. Jeanluc imbraccia la sua chitarra, prende il plettro, che come un’ape si appoggia gentilmente per prendere l’essenza del suono. Sono a Kansas City, intuisco, prendo il mio basso e li accompagno nel silenzio della mia stanza.

"Take me now baby here as I am
pull me close, try and understand
desire is hunger is the fire I breathe
love is a banquet on which we feed"


giovedì 16 febbraio 2012

Realität. Nessun passato va dimenticato. (4° puntata)


L’avventura dei giovani pubblicitari ebbe inizio nella metà avanzata degli anni Settanta. Furono anni importanti per tutti, in particolare per quelle persone che nel mondo vissero con intensità il proprio tempo. Come sostengono gli storici, un periodo troppo vicino perché sia giudicato, ma che personalmente ritengo abbia insiti in sé, nei pensieri e nei movimenti “suoni” da leggenda. Con una certa amarezza e delusione bisogna però affermare, che a metà degli anni '70, questa storia iniziata nel '68, perdeva per sempre e dolorosamente, i suoi aspetti romantici ed epici. Lascio questa divagazione ai molti che hanno già scritto tanto, forse troppo sull'argomento e ritorno in tema.
Gli anni '70 furono tempi di «riflusso». Infatti “nella prima metà degli anni ’70 (crisi del dollaro, conflitto arabo-israeliano del ’73, crisi petrolifera, tramonto del maoismo, fine della guerra del Vietnam) possono essere considerati come le premesse, o i segni premonitori, di una crisi generale […]. Le trasformazioni economiche e sociali degli anni Settanta si accompagnarono nelle società industriali dell’Occidente, a un mutamento profondo delle ideologie e della politica corrente. […] nel ’60 e nei primi anni ’70 la cultura di sinistra era stata (soprattutto per le generazioni più giovani), la cultura egemone: sia nella versione riformista, che accettava la «società del benessere» e cercava di guidarla verso traguardi di maggior giustizia sociale; sia nella versione rivoluzionaria, che rifiutava quella società e contestava il riformismo gradualista».[1].
Realität inizia la sua attività proprio nel periodo del «grande riflusso», furono anni molto difficili per tutta l’Europa, tutti i paesi della Cee soffrirono per un rincaro dei prezzi considerevole del petrolio, che come si sa porta sempre a un aumento di tutti i generi di consumo, alimentari e no. Ovviamente le aziende italiane, grandi e piccole, furono costrette a tagliare gli investimenti, compresi i costi per la pubblicità.
Eppure, quelli furono anni di grande creatività per la pubblicità. Le televisioni di Berlusconi dovevano ancora arrivare, gli spazi pubblicitari della Rai Radiotelevisione Italiana erano limitati e costosi. I giornali e le riviste erano privilegiati nelle pianificazioni media.
Quegli anni furono una grande palestra per le coppie creative, i budget erano limitati ed era fondamentale realizzare delle campagne che colpissero già dalla prima uscita l’attenzione del consumatore.
I creativi[2] migliori erano coccolati e strapagati, gli account[3] meno!
In quegli anni, le migliori agenzie di pubblicità, grandi e piccole, non erano per niente depresse. Gli account e i creativi erano dinamici, ma tutti quelli che lavoravano in un’agenzia di pubblicità erano soddisfatti e molto considerati all’esterno. Lavorare in pubblicità era un privilegio.
Le agenzie cercavano di dare il massimo e nacquero molte piccole strutture simili a Realität, come la STZ e la GGK, ma anche questa è un’altra storia.


[1] G.SABATUCCI, V.VIDOTTO, Il mondo contemporaneo. Dal 1848 a oggi, Editori Laterza, Roma-Bari, 2005, p. 543.
[2] I creativi, solitamente sono una coppia formata da un art-director e da un copy-writer. L’art-director si occupa dello studio della parte visiva, cioè di quello che il consumatore dovrà percepire visivamente. L’immagine potrà essere statica (disegno, fot) o in movimento (spot televisivo, film, banner, ecc.). Il copy-writer si occupa dei testi (titoli, testi, sceneggiature, ecc.).  I creativi usano dei “codici” per sviluppare l’idea creativa “attraverso i quali il messaggio pubblicitario viene veicolato, con lo scopo di sorprendere, divertire, stupire lo spettatore o il lettore, ma soprattutto di convincerlo” E.LEHMANN, Le professioni della Pubblicità, Carocci, 2004, pp. 74-75. Per i “codidi, vedi E.LEHMANN, Le professioni della Pubblicità, Cit, pp. 75-77.
[3] “E’ un termine preso a prestito dal mondo bancario e significa «conto». In pubblicità indica la quantità di denaro che un’impresa dà in gestione a un’agenzia di pubblicità, la quale, per conto dell’impresa e a fronte della corresponsione di una commissione percentuale o di una remunerazione fissa, crea i messaggi, pianifica e compra gli spazi sui media, controlla la loro effettiva uscita” E.LEHMANN, Le professioni della Pubblicità, Cit, p. 113. Questo termine però definisce anche le persone che interloquiscono con il cliente, gestiscono il budget, studiano il prodotto da pubblicizzare, analizzano i documenti, le ricerche di mercato, visitano gli stabilimenti (ove possibile), si recano sui punti vendita per analizzare il posizionamento del prodotto o come viene venduto, redigono la parte analitica della strategia, evidenziano il brief del cliente e insieme ai creativi sviluppano la Strategia Creativa. Tutta l’attività dell’agenzia, dal momento del brief (obiettivo di comunicazione del cliente), alla messa in onda o all’uscita della campagna stampa è affidato a un account. Come scrive Enrico Lehmnn, account è la forma abbreviata per definire un ruolo che ha in realtà più definizioni che descrivono tre livelli di responsabilità crescente: account executive, account supervisor e account director. Per approfondire gli argomenti trattati vedi sempre E.LEHMANN, Le professioni della Pubblicità, Cit.

mercoledì 15 febbraio 2012

Realität. Nessun passato va dimenticato. (3° puntata)


E’ difficile leggere le pagine della brochure di presentazione, della giovane agenzia senza farsi venire la voglia di “allontanare la polvere”. Questa però, è l’impressione che si ha sempre quando si guarda il passato più recente. Bisogna andare molto indietro nella storia prima che essa si trasformi in leggenda. Personalmente ritengo che la “storia leggenda” inizi nel tremilacento a.C. e termini quando il ricordo delle nefandezze e del dolore è dimenticato dai nostri cromosomi. Inoltre ritengo che solo l’arte abbia la possibilità di liberarsi prima della polvere. Qui però stiamo scrivendo di cose più semplici, infatti, stiamo esaminando un documento storico che serviva a vendere e doveva vendere velocemente, perché le risorse finanziarie e umane non erano molte e si sarebbero esaurite presto.
I soci, che nel frattempo da cinque erano diventati otto, avevano fatto passi avanti e avevano deciso la forma societaria. La forma cooperativa era quella, secondo loro, che meglio rispondeva agli obiettivi operativi e sociali.
In realtà, l’utopia era alla base di tutto e nessuna o tutte le forme societarie presenti nell'ordinamento giuridico italiano potevano andar bene, esclusa la Società per Azioni.
Infatti, alla base di tutto, c'era il desiderio di creare un nuovo modo di vivere insieme, rispettando l’individualità di ognuno. Pensavano a spazi comuni, dove vivere e lavorare, ma anche locali privati dove ciascuno di loro poteva vivere solo o con i propri familiari.  Guadagnare tutti in modo equilibrato, rispettando le esigenze di ciascuno. Sviluppare nel tempo attività parallele, ad esempio: una casa editrice, una galleria d’arte, una casa di produzione cinematografica o discografica, uno studio di ceramica, una scuola, insomma tutto quello che poteva creare e dare cultura.
Qualcuno a questo punto penserà: “la solita comune”. Vero, ma questa "comune" nasceva al contrario. Infatti, nessuno di loro fuggiva dalla realtà. Erano dei pubblicitari e per iniziare volevano partire sfruttando la loro esperienza e competere con il mercato.
Come ho già scritto, decisero che la forma cooperativa era quella che corrispondeva meglio ai loro progetti, così nacque la prima agenzia di pubblicità cooperativa. In realtà nel mondo della Lega delle Cooperative esistevano altre strutture, che si occupavano di comunicazione, ma erano perlopiù studi grafici.
La Lega delle Cooperative è l’associazione nazionale che raggruppa le cooperative, che a essa aderiscono. A quei tempi, le cooperative che vi aderivano erano chiamate “rosse”. Esisteva e esiste anche un’associazione di cooperative alternativa, che allora erano dette “bianche”. Realität fu iscritta alla Lega, spiegarvi il perché sarebbe noioso e banale.
Tornando alla brochure, la crisi e i costi sono il tema centrale. Realität si presenta come “una struttura essenziale” “[…] concepita per risolvere i nuovi problemi di comunicazione che sono nati dalla crisi”.

Di che crisi stavano parlando, questo è un tema che prima di andare avanti, sarà necessario approfondire, almeno superficialmente

martedì 14 febbraio 2012

Realität. Nessun passato va dimenticato. (2° puntata)


A volte gli ideali considerano poco gli aspetti economici, proprio per questo la spinta iniziale di un progetto può diventare dirompente. Gli ostacoli erano per loro invisibili e l’obiettivo facile da raggiungere.
Così, intorno a quel tavolo nero, in un ambiente raccolto, poco illuminato e rallegrato dalle bottiglie del vino e dai calici, l'avventura ebbe inizio. Cinque giovani, con dei “numeri in testa”, diedero forma al progetto in meno di due ore. La forma societaria, i tempi per dare le dimissioni, chi si sarebbe occupato della ricerca dei locali per la sede, chi del notaio, del commercialista, della Camera di Commercio e di tutte quell’insieme di domande, moduli che nel nostro paese rischiano di rallentare qualsiasi entusiasmo iniziale, furono enumerate senza alcun pensiero negativo.
Quando uscirono da “Provera”, non solo era nata la società, ma anche la filosofia di lavoro, la strategia per imporsi nel mercato e il nome, Realität.
Ad anni di distanza, nessuno sa esattamente perché fu scelto questo nome. Forse quei due puntini, la “umlaut”, i due piccoli segni che sono utilizzati nella lingua tedesca, erano graficamente piacevoli e insoliti. Troppo banale. Qualcuno mi ha raccontato di aver visto un catalogo di una mostra dedicata ad Andy Warhol che riportava questa parola come titolo. Sicuramente quest’artista era molto amato dai cinque giovani pubblicitari. Ricordo di aver frequentato per un certo periodo l’appartamento dove vivevano due dei fondatori, era in Piazzale Libia a Milano, una villetta su tre piani, che ora è stata abbattuta. Lì spesso si ritrovavano, Daniele C, Daniele R. e Carlo A. T. per eseguire la loro performance di “musica gestuale”, ma questa è un’altra storia. Ricordo, in particolare, una libreria bianca, dove, appoggiata sull’ultimo ripiano, era allineata una collezione di lattine “Campbell’s”.
Ripensandoci, credo che tre siano i motivi che portarono alla scelta di un nome così particolare, per una società italiana. Il primo è ovviamente, il concetto di “realismo”, che è evidente nelle campagne pubblicitarie di Realität. Infatti, il realismo è cercato, studiato nei particolari, elegante, moralmente preciso ed efficace, nello sviluppo della comunicazione pubblicitaria di questa agenzia.
Il secondo, l’abbiamo già scritto, l’amore per la Pop Art e in particolare per Andy Warhol, che così efficacemente ha rappresentato la reiterazione del consumismo, ma ha anche fatto notare che tutto ciò che guardiamo merita la nostra attenzione. Infatti, i nostri pensieri, le nostre opere, la nostra stessa vita è fatta da idee, azioni ed esperienze, che altri prima di noi hanno raccontato, pensato e vissuto. Per questo, ogni immagine in se stessa, ha diversi colori, prospettive e la sua essenza è più complessa di quella che appare. 

Infine, il ricordo di un titolo di una monografia, probabilmente  per un’esposizione svolta in Germania o commentata da un critico tedesco. Insomma un nome, che sintetizzava tutto quello, che ho scritto sopra.




Untitled (Unique Campbell's Soup Box)
acrilico e matita su legno 56x39,4x40 cm
The Estate of Andy Warhol

domenica 12 febbraio 2012

Realität. Nessun passato va dimenticato. (1° puntata)

Bisogna ricordare il passato, quello più bello, sognato e voluto. Così una volta, tanti anni fa, un gruppo di giovani pubblicitari si trovò intorno a un tavolo di una bottiglieria di Milano. Quel locale si chiamava “Provera”.
Il progetto era realizzare un nuovo modo di vivere. Al centro avrebbe dovuto esserci la possibilità di esprimere la propria creatività, magari lontano dalla città, ma vivendo nella realtà economica e sociale del loro mondo, criticandolo però, con la volontà di ricostruirlo attraverso il lavoro che sapevano fare: i pubblicitari. Un’utopia, un sogno giovanile, che intorno a quel tavolo di legno scuro, bevendo dell’ottimo vino, divenne in breve tempo realtà.
Daniele C. era un visionario, la grafica dei numeri, il segno, l’equilibrio e la perfezione erano parte del suo gusto per la vita. Daniele R. sapeva raccontare con poche parole messe nel giusto posto, proprio come numeri, i suoi sogni, le sue avventure, ma anche il mondo più arido dei prodotti e delle strategie. Carlo A. T. aveva un grande sogno realizzare una “comunità” di amici, numeri oltre l'uno, che insieme costruissero un nuovo modo di vivere e lavorare. Peter Z.L. era il più spumeggiante, un “levantino”, forse potremmo definirlo un “avventuriero”, sapeva leggere due righe di un libro e trasformarle in una strategia di comunicazione di quaranta pagine, ancora numeri. Nadir B. era uno “zingaro”, così amava definirsi e in un certo senso lo era, era innamorato con “violenza” della sua vita e dei suoi amici, come il suono di un violino zigano, numeri. A loro si unirono, in un secondo momento, Paolo DB. di cui poco posso raccontare, perché non l'ho conosciuto, il fotografo Adriano M. e la fantomatica Vera T.
Intorno a quel tavolo, quella piccola comunità di pensiero fondò Realität Marketing e Pubblicità.

Ho in mano la brochure di presentazione e sembra che dal millenovecentosettantotto a oggi, nulla sia cambiato. Infatti, il sistema economico basato sul consumismo è formato da una serie di curve ascendenti e discendenti, che con movimento regolare si ripetono nel tempo. Non c'è nulla di sorprendente in una crisi. Devo notare che rispetto allora c'è qualche cosa di differente, ai giovani era possibile sognare. La borghesia aveva ancora la capacità di trascinare il paese, senza timore di perdere il proprio benessere. Almeno fin quando il sogno rimaneva l'essenziale della vita e l'aspetto economico restava in secondo piano.
Il denaro nel progetto Realität era funzionale agli obiettivi.

sabato 11 febbraio 2012

Note di una vita


Sono un musicista nel cuore e nell'anima. Mi piace la Libertà, la Democrazia, sogno un Mondo in pace. Detesto tutti quelli che lavorano contro la Pace, cerco di perdonarli, ma non ci riesco.
Ho fatto il pubblicitario, mi sono divertito e a volte ho detestato l’ignoranza e la disumanità degli uomini marketing e dei miei colleghi, ma erano solo uomini superbi. Ho perso la prima donna che ho adorato, l’ho vista volare giù. Mi sono laureato in Storia e Documentazione Storica con 110 e lode, forse non è servito e non mi servirà a nulla, ma che importa. Ho un figlio senza futuro, almeno per ora. Ho salvato un marinaio di una tonnara, sono sopravvissuto a un annegamento, mi hanno scoperchiato il cranio e mi hanno salvato. Sono uscito da un ospedale in carrozzella. Una fisioterapista, un angelo, un giorno di gennaio, mi ha portato in un cortile, faceva freddo, ero in pantaloncini corti e mi ha detto “adesso corri!”, mi ha preso sotto il braccio e abbiamo corso insieme. Ho suonato con Jim Douval il più grande chitarrista del mondo. Ho sposato una donna meravigliosa e abbiamo messo al mondo una bambina adorabile, che aspettavo da sempre. A volte sono triste perché vorrei avere migliaia di anni davanti a me, perché ho molte cose che vorrei fare, però per assurdo, in questo momento sono perplesso!

mercoledì 8 febbraio 2012

La Grecia è la patria di tutto il pensiero occidentale. Senza di lei l'Europa è nulla!

La Grecia è la patria di tutto il pensiero occidentale, senza di lei l'Europa è nulla! Il prodotto più deleterio creato dall'uomo "i ragionamenti finanziari", privi di una finalità umana, sono senza senso. Infatti, la gente comune, come me, non li comprende. Gli “obiettivi finanziari” sono inesistenti, sono il vuoto assoluto, perché non sono cibo per il corpo, per la mente e per l’anima ma frutto di mero calcolo. Quello che l’uomo comune non comprende è male. Questo male può essere un voto regalato a chi non lo merita, può essere anche, e questo il caso, non capire dove altri lo stanno portando. Nessuno riesce a spiegare quello che sta succedendo, neppure quelli che lo spiegano. Basta questo per capire che proprio non va. La democrazia e la religione che tanti avrebbero voluto come emblema unificante di questa Europa, arrivano entrambe dalla Grecia.  In una patria, se effettivamente si vuole realizzare una patria comune, deve essere l’uomo con le sue conquiste, con il suo patrimonio filosofico, storico e scientifico il centro di tutto. Le “finanze” non possono aver posto in tutto questo perché come, infatti, stiamo assistendo son essenza negativa e chi le cavalca, può condurci solo allo svuotamento della vita. L’uomo deve tornare a essere o se non lo è mai stato, diventare l’obiettivo dei governi, altrimenti resterà poco di quello che siamo. Allontanare la Grecia significa separare la nostra origine, la patria.

martedì 7 febbraio 2012

La neve, secondo Gianni Riotta su "La Stampa" e Arlechin Batocho.


A me piace leggere "La Stampa", trovo sempre qualche articolo interessante, spesso anche più di uno. Articoli che a volte mi fanno pensare: "Esagero". Questa mattina l’articolo "La neve, un caso di autocoscienza" del Signor Gianni Riotta ha risvegliato in me questo dubbio e un poco di speranza. Forse non è proprio vero che siamo nel "Paese di Arlechin Batocho".


Per leggere l'articolo menzionato, cliccare qui: "La neve, un caso di autocoscienza" Gianni Riotta su "La Stampa"

domenica 5 febbraio 2012

Il paese di Arlechin batocho e il Sindaco Alemanno.

A casa di mio suocero Sior Todaro brontolon, i cavi dell’energia elettrica e quelli del telefono passano attraverso un bosco e sono fissati casualmente a vecchi tronchi d’albero, che restano dritti per pura casualità.
Se guardi in alto, vedi i cavi penzolare con strane curvature tendenti verso il basso, sfiorando le cime delle piante. Quando c’è il vento, li vedi muoversi in armonia con quelle. La speranza è che tutto resti così, che il mal tempo non provochi danni. Insomma, chi vive sperando muore cantando. La cosa buffa è che periodicamente Sior Todaro brontolon e il suo aiutante Brighella, vanno a controllare questi cavi sospesi e a volte chiamano le società responsabili per chiedere un miglioramento della situazione. Quelli rispondono «fin quando non succede niente noi, non usciamo». Ovviamente in questi giorni alla casa di Sior Todaro brontolon non arriva la corrente!
Caro Signor Sindaco Alemanno questa, in piccolo, è la realtà del nostro paese cui Lei si adegua perfettamente, quasi fosse un Arlechin batocho che vuol menare con il baston gli altri, prima di pensar di darselo in testa!


ARLECHIN BATOCHO


Come che cambia i tempi! me sovien
Co gera servitor, sguatero, cogo.
Co tremava dal fredo o ardeva al fogo,
Co me tocava mandar zo velen.

A poco a poco, no vivo d’entrada,
Ma ò slargà i corni e me son fato strada

Ah, de trovate no so sta mai stitico!
Go in dosso la livrea d’omo politico.

mercoledì 1 febbraio 2012

I petali “fantasmi” della Margherita valgono 34 milioni di euro. Peccato che non possiamo fare tutti “m’ama non m’ama”.


Leggo l’articolo “Il tesoriere della Margherita e i tredici milioni scomparsi” su “La Stampa” e mi cade la mascella. 
Un partito inesistente, morto e stramorto, direi mai nato, avrebbe dovuto avere in cassa nel 2010, VENTIQUATTROMILIONI di euro per rimborsi elettorali e pare che una seconda tranche possa essere in arrivo, di altri DIECIMILIONI.
Ricapitolando, il tesoriere ha portato via, mentre gli altri litigavano su chi doveva essere il primo a sfogliare la Margherita, tredicimilioni; quindi dovrebbero esserci ancora in cassa UNDICIMILIONI cui andranno aggiunti i DIECI che dovrebbero arrivare.
Non so voi, ma trovo tutta la faccenda vergognosa, per alcuni motivi:
1.       I rimborsi a un partito che è inutile da sempre;
2.       Una cassa piena di denaro che andrebbe restituito, secondo me, allo stato per i motivi al punto uno;
3.       Un cassiere che si appropria indebitamente di denaro dei cittadini italiani;
4.       Una serie di personaggi che litigano su chi deve accaparrarsi il malloppo e lascia che il tesoriere faccia quello che gli pare;
5.       Uno Stato che non controlla dove vanno a finire i soldi e non si domanda se sia giusto che questo denaro sia dato a un partito che non ha mai rappresentato nessuno, se non gli interessi e i “sogni” di qualche personaggio cotto e stracotto.
Forse e dico forse, è giusto che i partiti siano finanziati, ma forse è meglio che siano di meno, molti di meno, esattamente come i parlamentari italiani. Come limitare che ciò avvenga? Ad esempio ogni partito nuovo, dopo aver disegnato il suo simbolo floreale, o meno dovrebbe pagarsi da solo le spese elettorali, così potremmo vedere, prima di spendere il denaro della collettività se ha le gambette per camminare!