martedì 1 marzo 2011

A proposito della Libia


Dal saggio "Il Vicino Oriente nell'iconografia delle riviste periodiche illustrate dal 1875 al 1914" di Carlo Angelo Tosi.


1.3.7 Visioni di Tripoli







«L’Illustrazione italiana», n. 37, del 10 settembre 1911. Visioni di Tripoli. Rara apparizione d’una donna Saracena nelle vie di Tripoli. (Fot. F. Kammliy)


Non si incontrano molte immagini di donne del Vicino Oriente sui periodici italiani di quell’epoca. Spesso però, le poche immagini femminili avevano una qualità, quella di avvicinare quel mondo. Ne è un esempio la bella fotografia riprodotta qui sopra. 
Le foto, che ormai stavano prendendo il sopravvento sulle illustrazioni, acquisivano la tecnica illustrativa e il ritratto della figura femminile, che si muove leggera incorniciata dalle forme geometriche delle case, ne è un esempio. La donna nei suoi candidi abiti, piega la testa verso terra e si copre leggermente il volto. Mentre «tutta la stampa italiana nazionalista e non nazionalista è occupata dalla Tripolitania e dalla condotta del Valì (1) che non meno del suo predecessore manca di ogni riguardo agli interessi italiani. L’Illustrazione fedele al suo programma di seguire le questioni che più appassionano la patria fregia la prima pagina di questo numero di una assai pittoresca e suggestiva istantanea colta di recente nelle misteriose viuzze di Tripoli l’antichissima città romana» (2).
Fino all’occupazione degli Ottomani la Libia fu un territorio senza storia, Tripoli fu da loro conquistata nel 1551. Da quell’anno la città fu governata da pascià e giannizzeri ottomani, nel 1711 un ufficiale dei giannizzeri locali, Ahmad Qaramanli (3), prese il potere e fondò una dinastia fedele alla sovranità ottomana, che durò fino al 1835, quando gli Ottomani ripresero il controllo diretto del paese (4).

L’Italia da molto tempo aveva una sua visione della Tripolitania. Aveva aspettato per anni una conferma al desiderio di sentirsi compartecipe in una politica coloniale nel nord Africa, da condividere con la Francia e l’Inghilterra. Per l’Italia le aspettative su questo paese erano naturali, i ricordi della presenza romana facevano della Tripolitania territorio nazionale. Inoltre si supponeva che quelle terre fossero ricche e tutto questo eccitava il paese che era in preda della febbre nazionalista e imperialista. Si aspettava solo un segno, un assenso, nel frattempo il vali di Tripoli, Ibrahim Paşa faceva l’occhiolino agli americani invitandoli a investire i loro capitali nello sfruttamento dei fosfati, questo, come risulta evidente dal commento, era fonte di preoccupazione (5) per l’Italia.

[1]Vali, governatore di una provincia.
[2]II, n. 37 (10 settembre 1911), nf.
[3]Ahmad Karamanli (Ahmad Qaramanli) era un ufficiale della cavalleria ed era discendente di un corsaro turco, fu portato al potere dalla popolazione indigena, venne riconosciuto pascià e beylerbey (governatore di una provincia) dal sultano due anni dopo, nel 1713. La carica fu rinnovata dal sultano al figlio Muhammad (1745-1754) e al figlio di questi, Alì  (1754-1793). Cfr. A. RAYMOND, Le provincie arabe (XVI-XVIII secolo)  in R. MANTRAN (a cura di), Storia dell’Impero Ottomano, cit., p 451.
[4]Cfr. I. M. LAPIDUS, Storia delle società islamiche, i popoli musulmani, cit., pp. 175-176.
[5]Cfr. P. DUMONT e F. GEORGEON, La morte di un impero (1908-1923), cit., p.645.

1.3.8 Una lettera da Tripoli (6)

L’analisi storico-iconografica delle figure femminili iniziata con l’illustrazione di una giovinetta Illiata (ci si riferisce all'opera da cui è tratto il presente capitolo), si chiude con due piccoli disegni pubblicati insieme con una lettera da Tripoli, scritta da Antonietta, una donna italiana, a un’amica. In realtà la lettera non fu scritta veramente, ma è un intelligente redazionale pubblicitario che promuoveva un prestigioso negozio di Milano. La lettera è esaustiva e i disegni la completano.


Tripoli, li 5 dicembre1913


            Carissima Elena,

che gioia, che felicità! Anche voialtri siete dunque stati destinati quaggiù! Non avresti potuto darmi una notizia più lieta di questa, mia piccola cuginetta. Mi ha solo rattristato il tono sgomento della tua lettera dalla quale traspare una preoccupazione inquieta intorno alla vita che un povero donnino può condurre in questo «paese barbaro». Ma ecco qui a consolarti io che vivo da un anno e che mi citrovo benissimo per non dire divinamente. Ti dirò dunque che di «barbaro» non c’è nulla oramai, neppure i berberi, brava gente che ci ammira e che ci riconosce ormai per loro padroni. Noi del resto non ce ne occupiamo né punto né poco se non per farci servire da essi. La nostra vita si svolge fra Europei e più precisamente fra itaiani. Tutto ciò ch’è italiano qui ci diventa caro, ci attrae irresistibilmente: un profondo senso di fratellanza vera, di amore ci collega ed ogni pretesto è buono per riunirci lietamente. Una ricorrenza nazionale? Una festa! L’arrivo di un nuovo reggimento? Una festa! Un fidanzamento, un matrimonio fra italiani, una nascita? Idem, idem, idem! L’arrivo di un bastimento dall’Italia è il pretesto per una passeggiata fino all’imbarcadero per vedere i nuovi arrivati che pare rechino con loro un po’ della nostra aria nativa. L’arrivo della posta e dei giornali italiani produce anch’esso un’emozione inenarrabile. «Voi, dunque, soffrite il mal du pays, la nostalgia, laggiù!» midirai tu.  Eh si, carina mia, un pochino, ma è una nostalgia tenue, tenue, dolcemente assopita per il continuo e quasi esclusivo contatto ci connazionali, per la frequenza e la facilità con cui riceviamo le notizie dall’adorato mostro paese e finalmente per la gloriosa coscienza di essere in casa nostra, su terra italiana. Non, no, non si sta male qui e non ci si annoia affatto. Verrai e vedrai. Certo la vita non è intensa e precipitosa come a Milano e nelle altre grandi città europee. Ma nulla manca per renderla gradevole qui come là. Non ti enumero le innovazioni che Tripoli ha subito da quando è
divenuta italiana, né ti parlerò del progresso rapido che fa in quanto concerne i comforts e l’igiene moderna; giacchè queste cose tu le hai certamente imparate nei giornali. Ti dirò solamente che riunioni sportive, feste, inviti a bordo delle navi, passeggiate ed escursioni in battello, a cavallo e….a cammello (sicuro!) sono all’ordine del giorno. Anche il teatro, i concerti e i tè eleganti non mancano. Una donna bella, briosa ed elegante come te, ha mille occasioni per brillare e per divenire la regina di tutte le feste. A proposito e a parte ogni falsa modestia ho avuto un trionfo non lieve al mio giungere qui.
Tripoli, li 5 dicembre1913

Sempre tua col cuore
Antonietta

[6]Una lettera da Tripoli,  II, n. 52 (28 dicembre 1913).



1 commento:

Jeanluc ha detto...

Molto interessante!
Ciao a rileggersi