sabato 5 marzo 2011

"Non ho più alcuna paura dedico la mia vita a Gesù" Bhatti Shahbaz

tratto da Corriere della sera del 03/03/2011

Il mio nome è Shahbaz Bhatti. Sono nato in una famiglia cattolica. Mio padre, insegnante in pensione, e mia madre, casalinga, mi hanno educato secondo i valori cristiani e gli insegnamenti della Bibbia, che hanno influenzato la mia infanzia. Fin da bambino ero solito andare in chiesa e trovare profonda ispirazione negli insegnamenti, nel sacrificio, e nella crocifissione di Gesù. Fu l’amore di Gesù che mi indusse ad offrire i miei servizi alla Chiesa. Le spaventose condizioni in cui versavano i cristiani del Pakistan mi sconvolsero. Ricordo un venerdì di Pasqua quando avevo solo tredici anni: ascoltai un sermone sul sacrificio di Gesù per la nostra redenzione e per la salvezza del mondo. E pensai di corrispondere a quel suo amore donando amore ai nostri fratelli e sorelle, ponendomi al servizio dei cristiani, specialmente dei poveri, dei bisognosi e dei perseguitati che vivono in questo paese islamico.
Mi è stato richiesto di porre fine alla mia battaglia, ma io ho sempre rifiutato, persino a rischio della mia stessa vita. La mia risposta è sempre stata la stessa. Non voglio popolarità, non voglio posizioni di potere. Voglio solo un posto ai piedi di Gesù. Voglio che la mia vita, il mio carattere, le mie azioni parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù Cristo. Tale desiderio è così forte in me che mi considererei privilegiato qualora — in questo mio battagliero sforzo di aiutare i bisognosi, i poveri, i cristiani perseguitati del Pakistan— Gesù volesse accettare il sacrificio della mia vita. Voglio vivere per Cristo e per Lui voglio morire. Non provo alcuna paura in questo paese.
Molte volte gli estremisti hanno desiderato uccidermi, imprigionarmi; mi hanno minacciato, perseguitato e hanno terrorizzato la mia famiglia. Io dico che, finché avrò vita, fino al mio ultimo respiro, continuerò a servire Gesù e questa povera, sofferente umanità, i cristiani, i bisognosi, i poveri. Credo che i cristiani del mondo che hanno teso la mano ai musulmani colpiti dalla tragedia del terremoto del 2005 abbiano costruito dei ponti di solidarietà, d’amore, di comprensione, di cooperazione e di tolleranza tra le due religioni. Se tali sforzi continueranno sono convinto che riusciremo a vincere i cuori e le menti degli estremisti. Ciò produrrà un cambiamento in positivo: le genti non si odieranno, non uccideranno nel nome della religione, ma si ameranno le une le altre, porteranno armonia, coltiveranno la pace e la comprensione in questa regione.
Credo che i bisognosi, i poveri, gli orfani qualunque sia la loro religione vadano considerati innanzitutto come essere umani. Penso che quelle persone siano parte del mio corpo in Cristo, che siano la parte perseguitata e bisognosa del corpo di Cristo. Se noi portiamo a termine questa missione, allora ci saremo guadagnati un posto ai piedi di Gesù ed io potrò guardarLo senza provare vergogna. 
(a cura di M. Antonietta Calabrò, per gentile concessione della Fondazione Oasis e di Marcianum press) 


Tratto da www.nicodemo.net


Ho letto con grande commozione il testamento di Shahbaz Bhatti. Ho visto con i miei occhi la povertà estrema della comunità cristiana da cui proviene. In genere si è tentati di pensare che si tratti di "cristiani del riso". E invece... una dedizione così grande a Cristo e ai fratelli, specie i più poveri, cristiani o appartenenti ad altre minoranze religiose, non si trova facilmente neppure nelle comunità cristiane di antica data. E' una testimonianza che mi ha fatto sentire fiero di essere cristiano. E' bello che lo spirito cristiano non si esprima soltanto mediante le circonvoluzioni ufficiali delle gerarchie.
Mi ha colpito soprattutto la scelta radicale fatta da Shahbaz. Aveva raggiunto un posto invidiabile, mai raggiunto da nessuno della sua comunità, quello di ministro per le minoranze. Poteva servirsene non dico a proprio vantaggio, ma a vantaggio dei suoi, procurando loro aiuti e raccomandazioni. E invece si è impegnato nella lotta politica contro qualunque tipo di ingiustizia e di discriminazione. Cercava non favori, ma giustizia, non solo per i suoi ma anche per tutti coloro che sono discriminati, sapendo che questo era il più grande servizio che poteva rendere alla sua nazione, anche ai responsabili di una situazione intollerabile. Sapeva che questa scelta gli avrebbe procurato la morte. Non ha avuto paura. E la sua morte è venuta puntualmente. Perciò essa non è un fallimento ma una vittoria.
Ci sarà qualcuno che grida "Santo subito!"? Lui non ne ha bisogno, ma forse ne abbiamo bisogno noi per non sentirci del tutto abbandonati dalla nostra Chiesa.




1 commento:

aurora ha detto...

Che meravigliosa testimonianza di vita, di sacrificio ma in particolare di amore , quell'amore che ci dovrebbe vedere tutti uniti indipendentemente dalle razze o dalle religioni , ma semplicemente perche' siamo tutti esseri umani.