giovedì 31 marzo 2011

Una monografia agli elettori! Lettera aperta alla Signora Letizia Moratti.

Gentile Signora Moratti,

grazie di avermi inviato la monografia “I cento progetti realizzati”, personalmente avrei preferito essere convinto dal buon lavoro svolto da Lei e dalla Sua giunta.
Avrei preferito guardare questa città e vedere qualche cosa di veramente nuovo, soprattutto negli sguardi dei suoi abitanti.
E’ bello vivere in questa città perché è la mia, ma la voglia di viverla me la trovo ogni giorno da solo.
Certo il Comune c’è, ad esempio i Vigili Urbani, a me piace chiamarli ancora così, i ghisa ci sono, forse un po’ più stanchi di un tempo, ma come non comprenderli con il caos che li circonda.
Le strade ci sono, piene di buchi o con i pavé così dissestati che ogni tanto si vede una bici o uno scooter schizzar via verso il cielo o precipitare in una voragine!
Però il suo assessore all’urbanistica c’è, infatti si è divertito a stringere i viali e si è messo a disegnare delle strisce gialle per delimitare ipotetiche corsie per le bici, utilissime ai camioncini e alle auto per parcheggiare.
Anche quello all’edilizia si è dato da fare, infatti crescono dei grattacieli, ma non giardini o parchi, dove far giocare i rari bambini di questa città ormai anziana.
Luoghi come l’Isola sono soffocati dal cemento. La Milano medievale, la Vecchia Milano quella vera, non anziana ma sapiente, si perde. Che dire dei Navigli, almeno quello che è rimasto di loro, sono asciutti e sporchi. La Darsena poi, nessuno sa che cos’è, semplicemente non è! 
Per vivere e capire cosa non va in questa città, i suoi amministratori dovrebbero scendere dalle loro auto blu, spegnere per sempre le lampadine azzurre e camminare, camminare e camminare. Dovrebbero prendere il tram, guardare negli occhi i cittadini, scendere giù nella metropolitana. La MM è un luogo proibito per una mamma con la carrozzina, per una persona in carrozzella o con il bastone.
Mi sono lasciato trascinare da futili, romantici particolari, tutte cose che non interessano a nessuno.
Sono sicuro che Lei avrebbe potuto fare molto, l’ho incontrata di sfuggita, ho guardato i suoi occhi e il suo animo mi è piaciuto. Non sono un veggente e magari mi sono sbagliato, non credo!  Di una cosa sono sicuro, mi piace assai poco il raggruppamento politico cui, mi permetta di scrivere così: si appoggia.
Lei, gentilmente, mi ha inviato un oggetto fatto di carta, ora lo stringo tra le mani, lo terrò come documento storico, così come da qualche parte nella mia libreria si nasconde quello del Suo presidente.
Cordiali saluti.

Lodovico Valentini Perugia


Nota: penso che molti come me non sappiano o si siano dimenticati i nomi e le cariche degli assessori di Milano. Ripassiamo tutti insieme visitando il link qui sotto.

http://www.comune.milano.it/portale/wps/portal/CDM?WCM_GLOBAL_CONTEXT=/wps/wcm/connect/contentlibrary/In+Comune/In+Comune/La+Giunta/Assessori/

mercoledì 30 marzo 2011

Una lettera del Senatore ritrovata tra le sue carte

Mio dilettissimo Lucius, lasciamo che il passato ricopra anche i sogni. Ahi! Me misero e tutti quei a me intorno,  l’ultimo statista che ha calcato la terra di questo paese è stato Cicerone, che però non era italiano e nulla è rimasto di lui nei cromosomi italici, che si sono andati confondendo con quelli barbari. Che diavolo di barbari poi erano quelli? Che forse i migliori si siano fermati prima, subito dopo il Vallo Adriano!? Così mi siedo a rimirar Roma e canto alla divina provvidenza che pensi a noi, qui, perduti e mesti, contornati da canti troiani o è meglio scrivere excortiani? Pax.

Il Senatore 

giovedì 24 marzo 2011

Industrie e commercianti d’armi i problemi iniziano qui, da sempre

Avete mai provato in questi giorni a confrontarvi sulla Libia con degli amici. A me è successo ieri sera. Conclusione mi sento un idiota, ma sarà proprio vero, è proprio così!? Il fatto è che non riesco nemmeno a riassumere quello che ci siamo detti. Solo una cosa è certa, almeno per me, se non ci fossero le industrie e i commerciati d’armi le guerre sarebbero più difficili da fare e anche i dittatori non saprebbero come fare i dittatori.
Con i soldi che si stanno spendendo per questa guerra, si poteva risolvere il problema Gheddafi prima che nascesse e si sarebbe potuto prevenire, per la loro gioia, il problema dei migranti.

100 milioni di dollari al giorno, ma vi rendete conto?!!!!

mercoledì 23 marzo 2011

A proposito della Libia n° 2


1.4.15 E' l'ora di Tripoli (seconda parte)





«Da molto tempo l’Italia aveva gli occhi puntati sulla Tripolitania. Il desiderio di trovare delle compensazioni alla presenza francese e inglese nel nord dell’Africa e alla spinta austriaca nei Balcani, la vicinanza di un paese che aveva l’aspetto di “terra promessa”, i ricordi della presenza romana, la ricchezza che si supponeva presente nel paese […]»(1), aumentavano l’interesse italiano a procedere e il 4 ottobre 1911, le truppe italiane sbarcavano sul suolo libico. Il Tricolore italiano sventolava così «finalmente sulla Tripolitania e sulla Cirenaica, dove ha sostituito – simbolo di civiltà e di progresso, assertore di rinascenza economica e sociale – la rossa bandiera turca con la mezzaluna e la stella bianca»(2).
In poche settimane l’esercito italiano completava la conquista della zona costiera senza incontrare particolare opposizione. La resistenza ottomana, tuttavia, si riorganizzò rapidamente; la guerra turco-italiana risvegliò sentimenti panislamici nel mondo musulmano e diede avvio ad una guerriglia, che l’Italia dovette sostenere per lunghi anni.
Gli avvenimenti e le battaglie libiche occuparono prepotentemente le pagine delle riviste periodiche illustrate; la durezza dei combattimenti fu mitigata dalle rappresentazione dei gesti di umanità dei soldati italiani nei confronti della popolazione affamata.

L’illustrazione realizzata a partire da una foto scattata il 26 ottobre 1911, rappresenta un momento di uno dei molti combattimenti sostenuti dall’esercito italiano negli avamposti del deserto, così descritta dal corrispondente di guerra, nell’articolo correlato de «L’Illustrazione italiana».

«La giornata del 26. Tripoli 28 ottobre.
I combattimenti dei nostri avamposti sul deserto e nell’oasi mostrano tutta l’importanza che hanno se vengono considerati come si debbono, non come tanti combattimenti separati, ma come un combattimento solo. Sono infatti un solo combattimento che dura dal 6 ottobre fino ad oggi. Questa mattina stessa scrivo sentendo lontano il rumore delle cannonate. Son 22 giorni che laggiù si combatte, e i varii combattimenti, Bu-Meliana, Sciara-Sciat, Sidi Messri, sono episodi di una battaglia sola. Scopo dei turchi, evidente ora, è di ripenetrare in città, ricongiungersi con gli arabi che son riusciti a riguadagnarsi nel frattempo, e così in condizioni tanto migliori di quelle in cui furon cacciati essi, ricacciare noi al mare. Scopo nostro, imposto ora, è naturalmente di difenderci e di respingerli. Sino a questo momento la vittoria è stata nostra con grande superiorità, e restando noi nelle posizioni presenti non c’è alcun dubbio che resterà nostra. Il combattimento più grave sin qui fu quello di ier l’altro, 26, per la veemenza e l’estensione dell’attacco, per la durata, per il numero de’ morti dalla parte de’ turchi e degli arabi, per le dimensioni della nostra vittoria», l’autore prosegue con il racconto dettagliato degli avvenimenti. Racconta ogni manovra, ogni attacco, ogni cannonata, vivendo direttamente la battaglia, «sotto un olivo, fra molti soldati, trovammo un sergente che parlava, e pareva stesse per piangere. Gli domandai che cos’aveva, ed egli dette in un pianto dirotto gridando: - Il mio capitano, capisci! E’ morto! – E pareva che annunziasse la morte del fratello o del padre. […] Un altro soldato, di nome Abrate, di Casale, tra i suoi compagni che confermavano, ci raccontò di aver ucciso di sua mano cinque arabi penetrati nell’oasi. Stavamo all’ombra d’un oliveto col capitano Tamaio del 1° del genio che ci raccontava come in quel punto, anche quel giorno, si fosse dovuto combattere assaliti alle spalle ed ai fianchi dagli arabi dell’oasi, mentre si fucilavano gli arabi e i turchi che venivano dal deserto. […]. La sera e ieri sapemmo molti particolar del combattimento. Altri valorosi erano morti […]»(3).



La guerra italo-turca si protrasse sino al 18 novembre 1912 quando, in seguito alla  firma del trattato di Losanna, la Turchia cedette la Tripolitania e la Cirenaica all’Italia. Fu solo dopo la prima guerra mondiale che l’Italia riuscì a sconfiggere la resistenza delle popolazioni locali in Tripolitania. Il problema cirenaico si protrasse invece ben più a lungo. Solo nel 1932 gli italiani riuscirono a sconfiggere i beduini della Cirenaica, confiscarono le loro terre e colonizzarono il paese.
I periodici illustrarono efficacemente, la sostanza della resistenza delle popolazioni locali.



(1) P. DUMONT e F. GEORGEONS, La morte di un impero (1908-1923), cit, p. 645.
(2) DC, n. 42 (12-23 ottobre 1911), nf.
(3)E. CORRADINI, II, n. 45 (5 novembre 1911).

Angeli Rock, a turno e quando capita!

Anche questo link del mio amico Jeanluc è da andare a visitare:

http://nonsolorock.blogspot.com/2011/03/pink-floyd-goodbye-blue-sky-ricordiamo.html

Odissea della politica di Mons. Giovanni Giudici

Vi invito a leggere e riflettere su questo articolo che ho copiato e qui incollato. E' stato il mio amico Sandro che mi ha invitato a leggerlo dal suo sito http://www.nicodemo.net/ e l'ho trovato molto lucido nell'analisi. L'originale potete trovarlo cliccando su:

http://www.peacelink.it/paxchristi/index.html 

sito di Paxchristi Movimento Cattolico per la Pace e scritto da Sua Ecc.za Mons. Giovanni Giudici  


Odissea dalla politica

Il regime di Gheddafi ha sempre mostrato il suo volto tirannico. Pax Christi ha denunciato le connivenze di chi, Italia in testa, gli forniva una quantità enormi di armi, anche dopo la sua visita in Italia, sui diritti umani violati in Libia, sulla tragica sorte delle vittime dei respingimenti, su chi muore nel deserto o nelle prigioni libiche. Il Colonnello era già in guerra con la sua gente anche quando era nostro alleato e amico.
libiaMentre parlano solo le armi, si resta senza parole. Ammutoliti, sconcertati. Anche noi di Pax Christi, come tante altre persone di buona volontà.
Il regime di Gheddafi ha sempre mostrato il suo volto tirannico. Pax Christi, con altri, ha denunciando le connivenze di chi, Italia in testa, gli forniva una quantità enormi di armi senza dire nulla, anche dopo la sua visita in Italia “sui diritti umani violati in Libia, sulla tragica sorte delle vittime dei respingimenti, su chi muore nel deserto o nelle prigioni libiche. Il dio interesse è un dio assoluto, totalitario, a cui tutto va immolato. Anche a costo di imprigionare innocenti, torturarli, privarli di ogni diritto, purché accada lontano da qui. In Libia.” (Pax Christi 2 settembre 2010).
Il Colonnello era già in guerra con la sua gente anche quando era nostro alleato e amico!
Non possiamo tacere la triste verità di un’operazione militare che, per quanto legittimata dal voto di una incerta e divisa comunità internazionale, porterà ulteriore dolore in un’area così delicata ed esplosiva, piena di incognite ma anche di speranze. Le operazioni militari contro la Libia non ci avvicinano all’alba, come si dice, ma costituiscono un’uscita dalla razionalità, un’ “odissea” perchè viaggio dalla meta incerta e dalle tappe contraddittorie a causa di una debolezza della politica.
Di fronte a questi fatti, vogliamo proporre cinque passi di speranza e uno sguardo di fede.
1) Constatiamo l’assenza della politica e la fretta della guerra. E’ evidente a tutti che non si sono messe in opera tutte le misure diplomatiche, non sono state chiamate in azione tutte le possibili forze di interposizione. L’opinione pubblica deve esserne consapevole e deve chiedere un cambiamento della gestione della politica internazionale.
2) Si avverte la mancanza di una polizia internazionale che garantisca il Diritto dei popoli alla autodeterminazione.
3) Non vogliamo arrenderci alla logica delle armi. Non possiamo accettare che i conflitti diventino guerre. Teniamo desto il dibattito a proposito delle azioni militari, chiediamo che esse siano il più possibile limitate e siano accompagnate da seri impegni di mediazione. Perchè si sceglie sempre e solo la strada della guerra? Ce lo hanno chiesto più volte in questi anni i tanti amici che abbiamo in Bosnia, in Serbia, in Kosovo, in Iraq.
4) Operiamo in ogni ambito possibile di confronto e di dialogo perché si faccia ogni sforzo così che l’attuale attacco armato non diventi anche una guerra di religione. In particolare vogliamo rivolgerci al mondo musulmano e insieme, a partire dall’Italia, invocare il Dio della Pace e dell’Amore, non dell’odio e della guerra. Ce lo insegnano tanti testimoni che vivono in molte zone di guerra.
5) Come Pax Christi continuiamo con rinnovata consapevolezza la campagna per il disarmo contro la produzione costosissima di cacciabombardieri F-35. Inoltre invitiamo tutti a mobilitarsi per la difesa della attuale legge sul commercio delle armi, ricordiamo anche le parole accorate di d.Tonino Bello: “dovremmo protenderci nel Mediterraneo non come “arco di guerra” ma come “arca di pace”.
Giovanni Paolo II per molti anni ha parlato dei fenomeni bellici contemporanei come “avventura senza ritorno”, “ spirale di lutto e di violenza”, “abisso del male”, “suicidio dell’umanità”, “crimine”, “tragedia umana e catastrofe religiosa”. Per lui “le esigenze dell’umanità ci chiedono di andare risolutamente verso l’assoluta proscrizione della guerra e di coltivare la pace come bene supremo, al quale tutti i programmi e tutte le strategie devono essere subordinati” (12 gennaio 1991).
In questa prospettiva Pax Cristi ricorda ai suoi aderenti che il credente riconosce nei mali collettivi, o strutture di peccato, quel mistero dell’iniquità che sfugge all’atto dell’intelligenza e tuttavia è osservabile nei suoi effetti storici. Nella fede comprendiamo che di questi mali sono complici anche l’acquiescenza dei buoni, la pigrizia di massa, il rifiuto di pensare. Chi è discepolo del Vangelo non smette mai di cercare di comprendere quali sono state le complicità, le omissioni, le colpe. E allo stesso tempo con ogni mezzo dell’azione culturale tende a mettere a fuoco la verità su Dio e sull’uomo.


Sua Ecc.za Mons. Giovanni Giudici
presidente di Pax Christi Italia
Pavia, 21 marzo 2011

Per contatti segreteriavescovo@diocesi.pavia.it 

martedì 22 marzo 2011

A proposito della Libia n° 2

Dal saggio "Il Vicino Oriente nell'iconografia delle riviste periodiche illustrate dal 1875 al 1914" di Carlo Angelo Tosi.

1.4.15 E' l'ora di Tripoli (prima parte)





«L’Illustrazione italiana», n. 40, del 1° ottobre 1911.
L'ammiraglio Augusto Aubry che ha l'alto comando delle
squadre riunite nelle acque di Tripoli (2). (Dis. di G.Amato).




«Gl’italiani volendo andare a Tripoli, si accingono pensatamente a compiere l’ultimo passo che, in Africa, loro rimane ancora aperto; e vogliono cancellare, con tale passo, il ricordo penoso di incertezze, di debolezze, di pregiudizi sentimentali e di errori politici inqualificabili  - onde - sotto le ispirazioni di una democrazia rettoricamente decorativa – si lasciarono portare via la Tunisia da una democrazia ben più fattiva e positiva, la democrazia di Leone Gambetta e di Giulio Ferry, la quale ebbe ore, anch’essa, di esecrazione, ed oggi da ogni francese è esaltata e glorificata perché ha assicurato alla Francia quell’Impero Africano che oggi si completa col pieno protettorato sul Marocco»(1).

A seguito degli accordi franco-tedeschi, sul Marocco, l’Italia aveva deciso di agire in Libia, ultima provincia africana dell’Impero Ottomano.


«La Domenica del Corriere», n. 42, 12-23 ottobre 1911. La conquista di Tripoli: marinai innalzano la prima bandiera sul forte turco Sultaniè già smantellato dalle nostre artiglieri. (Disegno di A. Beltrame)



(1)SPECTATOR, E’ l’ora di Tripoli, II, n. 40 (1 ottobre 1911).
(2) La squadra navale al comando del vice-ammiraglio Aubry era una squadra volante ovvero una flotta composta da navi leggere e veloci, buoni incrociatori. Navi adatte a missioni che richiedevano grande spazio di mobilità e velocità. La flotta era completata da navi per il trasporto della truppa e di materiali e dei mezzi militari. Cfr. II, n.40 (1 ottobre 1911), nf.



lunedì 21 marzo 2011

Stronzio 90 (di Rodolfo Assuntino, alcuni versi ricordati da Daniele Ravenna, Lodovico e anonimi)

Siam sempre stati amici del progresso 
l'evoluzione certo, ma però
con l'aria impestata che c'è adesso
ci troveremo tutti allo zoo

stronzio stronzio, stronzio 90
tutti quanti all'inferno manderà,
di questo stronzio stronzio, stonzio 90
qui ce n'è per tutti in quantità



Che cosa ci farà la radiazione
due teste a te, tre teste forse a me
per figlio ci nascerà uno scorpione,
nessuno avrà la faccia che hai te,


di questo stronzi, stronzio, stronzio 90
qui ce n’è per tutti in quantità,



Con molte omissioni e imprecisioni, questi sono alcuni versi di una canzone pacifista composta da Rodolfo Assuntino e pubblicata nei “Dischi del Sole”. In particolare la canzone era contro la bomba atomica.
Lo stronzio 90 era uno degli elementi contenuti nella bomba atomica di quegli anni. Comunque la canzone è perfetta anche adesso. Chi si ricorda qualche verso in più o delle modifiche da indicare ce le invii, gli saremo molto grati.

Da dove arriveranno i soldi per le centrali nucleari o è meglio dire che il "frusciante" è già passato di tasca in tasca.

Questa è una lettera del mio amico Giorgio, che pubblico molto volentieri e immediatamente perché il suo contenuto è molto interessante per tutti. Per tutti quelli che hanno la mente fresca, anche se gli anni sono passati e per quelli che l'hanno fresca  e non se la lasciano invecchiare. Questo è un paese che rischia di invecchiare, ma non per l'età dei suoi abitanti, bensì per il cervello di chi se lo lascia offuscare. Attenzione, i neuroni muoiono,  è molto importante mantenere in esercizio il cervello.



Ciao Lodovico,

non dobbiamo stupirci più di niente.
Inizierò questa mia con un piccolo aneddoto: più di 40 anni sono passati da quella volta in cui ci siamo incontrati tu a suonare (in modo semi professionale) ed io a cantare (in modo decisamente dilettantistico) Gimme Some Lovin nell'appartamento al terzo piano di un condominio a Milano di una simpatica signora anziana che ci ospitava perchè amante della gioventù e della musica.
Gioventù e musica pari a spensieratezza, che oggi rivedo in modo nostalgico.
In questi 40 anni di acqua ne è passata sotto i ponti, ma ciò che si è fermato ed ulteriormente radicato è il malvezzo della politica di fare gli interessi propri e non quello dei cittadini.
Mi spiego: una decina di giorni fa il nostro carissimo Ministro dello Sviluppo Economico Paolo Romani ha di fatto tolto il lavoro da un giorno all'altro con un decreto legge, firmato poi dal nostro Presidente della Repubblica, a più di 160.000 operatori (fra addetti ai lavori ed indotto) del setore delle Energie Rinnovabili (fotovoltaico, eolico ecc...), congelando gli incentivi in vigore con il terzo Conto Energia.
Ha legiferato che gli incentivi attuali sarebbero stati ottenuti solo da chi entro il 31 maggio avesse finito ed allacciato il proprio impianto, non tenendo conto dei seguenti fatti:

Un impianto piccolo ha dei tempi tra progettazione, realizzazione ed allaccio che vanno oltre ai 3 mesi.
Un impianto medio grande oltre i 6 mesi.
L'Enel o le compagnie elettriche di zona sono le società addette all'allaccio degli impianti, ed hanno l'obbligo di intervenire entro 20 gg. lavorativi per gli impianti piccoli ed entro 40 gg. lavorativi per quelli grandi. Peccato che questi tempi non sono quasi mai rispettati e le compagnie hanno multe ridicole.

Di fatto con quel decreto legge Romani ha ottenuto diversi risultati:

Chi ha già in cantiere un impianto sa quello che sta pagando, ma non sa quello che riceverà (se lo riceverà), con notevoli danni.
Chi voleva acquistare un impianto non lo fa più (io da agente di una importante E.P.C. di Trento nel settore del fotovoltaico, a tutti gli effetti sono a piedi).
I grossisti e le grandi aziende istallatrici, che sono solite approvvigionarsi direttamente dalle fabbriche sparse per il mondo, di pannelli e inverter, aspettano container di materiale che stanno già pagando o dovranno pagare, senza avere più clienti.
Ad oggi si calcola che circa 41.000 impianti sono stati bloccati prima dell'inizio dei lavori.

Un ministro ripeto dello Sviluppo Economico credo non debba e non possa creare un danno di queste dimensioni, ed in nome di che progetto?
Semplice: i soldi risparmiati non erogando più incentivi andranno alla ristrutturazione delle centrali idroelettriche dell'Enel ed in favore del progetto della costruzione delle famose e famigerate centrali nucleari.
Io penso che l'Enel dovrebbe risistemare le proprie centrali idroelettriche con gli utili di cui si riempie la bocca e sul nucleare lasciamo perdere.
Quello che mi fa specie ed arrabbiare è che di questa faccenda non ne parlano i media, nè le televisioni, nè i giornali.
Tu stesso che sei un osservatore attento dei fatti italiani, non ne sapevi nulla.
E' pauroso il potere di chi comanda, in quanto può evitare che si sparga la voce, a discapito di tanti posti di lavoro persi a fronte dell'acquisizione da parte di pochi degli appalti relativi a centrali che nessuno vuole, o meglio solo pochi speculatori vogliono (sempre gli stessi).
Ciò che mi fa impressione è l'arroganza del governo, per voce dello stesso Ministro Romani e di Stefania Prestigiacomo, Ministro dell'Ambiente, che nonostante ciò che sta succedendo in Giappone, fatti che hanno fatto scricchiolare il credo sul nucleare in paesi che già ce l'hanno, insistono con grande forza (chissà perchè) verso quella direzione, fregandosene dell'opinione dei cittadini italiani che per il 90% sono schierati contro.
Ma quanto ci dovrebbero guadagnare per far finta di avere le fette di salame sugli occhi?
Ma questa è una dittatura?
Ed il referendum di vent'anni fa non conta più?
Attenzione, Lodovico, io non sono un estremista di sinistra o comunque scherato da quella parte, sono solo un lavoratore "cornuto e mazziato", perchè di questo governo mi fidavo, anche se nel nucleare con ci ho mai creduto.
Oggi posso dire di aver perso tutta la stima e che forse quello con le fatte di salame sugli occhi ero io.
Mi devono spiegare per cosa prendono lo stipendio il Ministro Romani e la Prestigiacomo se non fanno gli interessi dei cittadini.
Anzi ciò che c'è di peggio è che queste decisioni sono state prese o per incapacità, che è grave, o per il proprio interesse, che è peggio.
In Germania Angela Merkel ha fatto retromarcia adducendo a due motivi: ha stabilito che le centrali nucleari non possono garantire in assoluto la loro sicurezza e quindi nel tempo più breve possibile eliminabili ed ha valutato che mentre il settore del nucleare porta 35.000 posti di lavoro nella propria nazione, quello delle rinnovabili ne porterebbe 350.000.
E noi puntiamo sul contrario.
Bel Ministro dello Sviluppo Economico e bel Ministro dell'Ambiente !!!!!!

Ti mando un caro abbraccio, Lodovico e spero di risentirti presto con solo buone notizie (anche se ormai la credibilità sul Governo da parte dei possibili investitori nel fotovoltaico è sotto alle scarpe).

Giorgio Corti



venerdì 18 marzo 2011

Lodovico al Museo del Risorgimento

Il TGR3 della Lombardia intervista Lodovico in coda per entrare al Museo del Risorgimento a Milano.
Milano, 17 marzo 2011 

A Vienna si, in Sud Tirolo no, perché? SHIT!

Sono stato a trascorrere la settimana bianca in Sud Tirolo e ho tolto la coccarda dal mio giaccone. Mi domando, perché non ho avuto nessun problema ad andare ad un ballo in mezzo a centinaia di austriaci e invece non mi sono sentito di indossarla tra le montagne?
Perché l'Austria è Europa, il Sud Tirolo non ancora. Naturalmente questo non è un problema, l'Italia è piena di gente che non si accorge che il mondo è cambiato, e questo succede anche tra gli europei. Tutto questo dipende da ottiche ottuse, a cui spesso i governanti e gli opinion leader più retrivi danno voce per meri interessi locali.
Come ho aperto nel titolo, vorrei chiudere volgarmente queste righe usando una parolina che dovrebbe essere comprensibile a tutti: SHIT!

Coccarde italiane a Vienna per il "Ball Wiener Kaffeesieder"


Smoking e tight  con la coccarda italiana. Così Francesco e Lodovico, due nobiluomini italiani, si sono presentati   al "Ball Wiener Kaffeesieder".
 - Orgoglio e visione del futuro - così si sono espressi i due personaggi - i nostri figli indosseranno la coccarda europea, ma senza sentirsi italiani e amare la nostra storia ci sarà solo vuoto. Sicuramente non sarà così perché sono i pochi che posano i binari e noi siamo orgogliosi di essere tra questi. Viva la Storia di tutti i paesi del mondo! -  Detto questo si sono allontanati, disperdendosi tra la folla alla ricerca delle loro dame e degli amici con le stesse  coccarde dai tre colori.
Posso scrivere: gli italiani ci sono, a voi cercarli!

martedì 15 marzo 2011

Il lupo non rispose.

Quando sentì mugolare Angelo, il Cavaliere capì che il dramma era diventato troppo intenso. Il ghiaccio era aumentato di spessore, il freddo non poteva più essere chiamato freddo, il vento non fischiava più perché era troppo gelido. Le zampe dei cani non potevano essere protette dai ”calzini”, la slitta non scivolava più, i finimenti erano diventati troppo rigidi, inutili. Tutto questo stava avvenendo per il male, per i drammi che stavano colpendo la Terra. I Sette Savi avevano smesso di sussurrare la loro saggezza, le fate si erano nascoste, gli gnomi o elfi stavano diventando sempre più eterei. I Guerrieri del Ghiaccio si erano perduti, le loro spade non brillavano, le loro slitte erano immobili, i loro cani esausti. Quando il dolore e il male degli uomini diventano eccessivi, la Taiga ne risente di più, la grande calotta che nasconde la via della Giustizia diventa impenetrabile e ogni sogno irrealizzabile.
Il Cavaliere della Slitta vedeva i passi dell’Ombra, l’Essere Immortale si muoveva con rapidità impressionante e questo avrebbe potuto significare pace per lui e per i Guerrieri dei Ghiacci, ma a cosa serviva questo genere di pace? Era dolore invece. Dentro sentiva solo rabbia, proprio quel sentimento che detestava e contro cui si batteva tutti i giorni. La rabbia pensava, dovrebbe essere imprigionata nel profondo, legata con le catene più spesse che l’anima possiede. S’inginocchiò vicino ad Angelo, lo abbracciò e lo coprì con il suo mantello. Gli altri undici cani si raccolsero intorno a loro e ulularono. Il lupo non rispose.

Alla Signora Marine Le Pen e per conoscenza al Signor Mario Borghezio

Signora Le Pen, l’Europa esiste solo sotto l’aspetto economico finanziario e bancario. Non esiste nient’altro. Lo dimostra quello che Lei ha detto a Lampedusa, ai rappresentanti dei migranti: “Provo molta compassione per voi, ma l’Europa non ha la capacità di accogliervi; non ci sono più i mezzi finanziari”.
Le ricordo che quando i mezzi finanziari c’erano, i paesi europei e la Francia di allora non è andata tanto per il sottile, hanno invaso e sfruttato i paesi da cui provengono queste persone. Alla fine con le buone o con le cattive, questa Europa “mangiatrice del mondo” ha abbandonato l’Africa lasciando pochissimo, trovando poi la maniera di continuare a sfruttarla da lontano.
Il nostro sistema economico inevitabilmente invita queste persone ad attraversare il mare, così come i barbari attraversarono il vallo e alla fine conquistarono Roma.
E’ meglio non dimenticare che il sogno di questo benessere lo comunichiamo noi, tutti i giorni. Anche Lei comunica questo benessere, ma anche un grande malessere.


Il Tricolore al balcone


Ho messo il Tricolore al balcone. L’ho messo per tre motivi:

per festeggiare l’Unità del mio Paese e rinnovarla;
    
perché sono orgoglioso di tutti quelli che hanno creduto e hanno sacrificato la vita per regalarci quello che noi oggi abbiamo;

sventola anche per tutti quelli che sognano la Giustizia e la Libertà nel Mondo, anche per quelli che la stanno sognando in Libia e muoiono nell’indifferenza di un sistema economico mondiale inumano.


Urlo come 150 anni fa ABBASSO I TIRANNI! 

domenica 6 marzo 2011

Mi domando, quello che avviene in Libia, per noi italiani è una questione morale?

In questi giorni, nella mia ignoranza, che penso non sia isolata, continuo a trovare le reazioni dei governi del mondo e in particolare di quello italiano, assolutamente inadeguate per quello che sta avvenendo in Libia. Trovo che gli interessi economici e non quelli umani, siano la bilancia su cui si basano le decisioni. Penso e forse sbaglio - se sbaglio chiedo che chi capisce più di me mi aiuti -, che non ci siano stati dubbi a mandare ragazzi in divisa a morire in Afghanistan, mentre trovo eccessivamente lenta la reazione per bloccare una guerra di un uomo solo contro i suoi connazionali. Un soldato italiano che muore in Afganistan è una grande disgrazia, ma che un uomo solo possa usare le sue risorse economiche per armare eserciti di mercenari per massacrare la sua stessa popolazione, è la cosa più assurda che possa avvenire al mondo. Qualunque siano le ragioni economiche e politiche che “frenano” una reazione immediata e adeguata, sono per me ingiustificate e di una gravità che mi lascia sgomento.

Segnalo un link su La Stampa

“L’Italia frena  sul tesoro di Tripoli” di Stefano Lepri



sabato 5 marzo 2011

"Non ho più alcuna paura dedico la mia vita a Gesù" Bhatti Shahbaz

tratto da Corriere della sera del 03/03/2011

Il mio nome è Shahbaz Bhatti. Sono nato in una famiglia cattolica. Mio padre, insegnante in pensione, e mia madre, casalinga, mi hanno educato secondo i valori cristiani e gli insegnamenti della Bibbia, che hanno influenzato la mia infanzia. Fin da bambino ero solito andare in chiesa e trovare profonda ispirazione negli insegnamenti, nel sacrificio, e nella crocifissione di Gesù. Fu l’amore di Gesù che mi indusse ad offrire i miei servizi alla Chiesa. Le spaventose condizioni in cui versavano i cristiani del Pakistan mi sconvolsero. Ricordo un venerdì di Pasqua quando avevo solo tredici anni: ascoltai un sermone sul sacrificio di Gesù per la nostra redenzione e per la salvezza del mondo. E pensai di corrispondere a quel suo amore donando amore ai nostri fratelli e sorelle, ponendomi al servizio dei cristiani, specialmente dei poveri, dei bisognosi e dei perseguitati che vivono in questo paese islamico.
Mi è stato richiesto di porre fine alla mia battaglia, ma io ho sempre rifiutato, persino a rischio della mia stessa vita. La mia risposta è sempre stata la stessa. Non voglio popolarità, non voglio posizioni di potere. Voglio solo un posto ai piedi di Gesù. Voglio che la mia vita, il mio carattere, le mie azioni parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù Cristo. Tale desiderio è così forte in me che mi considererei privilegiato qualora — in questo mio battagliero sforzo di aiutare i bisognosi, i poveri, i cristiani perseguitati del Pakistan— Gesù volesse accettare il sacrificio della mia vita. Voglio vivere per Cristo e per Lui voglio morire. Non provo alcuna paura in questo paese.
Molte volte gli estremisti hanno desiderato uccidermi, imprigionarmi; mi hanno minacciato, perseguitato e hanno terrorizzato la mia famiglia. Io dico che, finché avrò vita, fino al mio ultimo respiro, continuerò a servire Gesù e questa povera, sofferente umanità, i cristiani, i bisognosi, i poveri. Credo che i cristiani del mondo che hanno teso la mano ai musulmani colpiti dalla tragedia del terremoto del 2005 abbiano costruito dei ponti di solidarietà, d’amore, di comprensione, di cooperazione e di tolleranza tra le due religioni. Se tali sforzi continueranno sono convinto che riusciremo a vincere i cuori e le menti degli estremisti. Ciò produrrà un cambiamento in positivo: le genti non si odieranno, non uccideranno nel nome della religione, ma si ameranno le une le altre, porteranno armonia, coltiveranno la pace e la comprensione in questa regione.
Credo che i bisognosi, i poveri, gli orfani qualunque sia la loro religione vadano considerati innanzitutto come essere umani. Penso che quelle persone siano parte del mio corpo in Cristo, che siano la parte perseguitata e bisognosa del corpo di Cristo. Se noi portiamo a termine questa missione, allora ci saremo guadagnati un posto ai piedi di Gesù ed io potrò guardarLo senza provare vergogna. 
(a cura di M. Antonietta Calabrò, per gentile concessione della Fondazione Oasis e di Marcianum press) 


Tratto da www.nicodemo.net


Ho letto con grande commozione il testamento di Shahbaz Bhatti. Ho visto con i miei occhi la povertà estrema della comunità cristiana da cui proviene. In genere si è tentati di pensare che si tratti di "cristiani del riso". E invece... una dedizione così grande a Cristo e ai fratelli, specie i più poveri, cristiani o appartenenti ad altre minoranze religiose, non si trova facilmente neppure nelle comunità cristiane di antica data. E' una testimonianza che mi ha fatto sentire fiero di essere cristiano. E' bello che lo spirito cristiano non si esprima soltanto mediante le circonvoluzioni ufficiali delle gerarchie.
Mi ha colpito soprattutto la scelta radicale fatta da Shahbaz. Aveva raggiunto un posto invidiabile, mai raggiunto da nessuno della sua comunità, quello di ministro per le minoranze. Poteva servirsene non dico a proprio vantaggio, ma a vantaggio dei suoi, procurando loro aiuti e raccomandazioni. E invece si è impegnato nella lotta politica contro qualunque tipo di ingiustizia e di discriminazione. Cercava non favori, ma giustizia, non solo per i suoi ma anche per tutti coloro che sono discriminati, sapendo che questo era il più grande servizio che poteva rendere alla sua nazione, anche ai responsabili di una situazione intollerabile. Sapeva che questa scelta gli avrebbe procurato la morte. Non ha avuto paura. E la sua morte è venuta puntualmente. Perciò essa non è un fallimento ma una vittoria.
Ci sarà qualcuno che grida "Santo subito!"? Lui non ne ha bisogno, ma forse ne abbiamo bisogno noi per non sentirci del tutto abbandonati dalla nostra Chiesa.




venerdì 4 marzo 2011

Steve Jobs and the back of iPad2

And while we here in the West stop for a second to look at the worn-out  Steve Jobs introducing his new iPad2, that  priceless source of income – after all, useless I would dare say and excessive...
Close to us,  on the other side of the Mediterranean Sea, a father to all of us  peoples of the coast…
Many of our brothers are ready to board boats that can hardly float, to reach a dream.
A dream that is not there, because they’ll reach another misery, of  a different kind for sure, but still  real and moral misery. Our coasts aren’t ready to welcome them, nor are we.
Our  wealthy-looking european countries,  shown as paradise  by our televisions, and  by our false consumistic messages, they aren’t  as  they imagine.
That paradise won’t be there for them, just as it’s not there for many of us, ,those  who can’t find a job, who are laid off, who suddendly find themselves on the threshold of poverty.
You can’t see all this, not even I, that write, can see it; but I can feel it, everyday it get into my skin.
I look at my still hands, my incapacity quivers in my soul and I would cry “Stop!”
I look at the back of my iPad1, I look again at worn-out  Steve Job and ask him “What’s the use of it, Steve?” One thing is  sure, nobody’s going to stop those brothers…and there’s nothing the euro I dropped into my friend Omar’s hand  is gonna do


Translation: Daniele Ravenna

giovedì 3 marzo 2011

Kel tamahaq non fatelo, vi prego!

Oggi ho sentito alla radio che molti Tuareg sono pronti ad arruolarsi come mercenari nell'esercito di Gheddafi. Sono solo una voce lontana, che non conosce i vostri problemi, che non sa, ma vi prego non fatelo! Nascondetevi nel deserto.

Steve Jobs e il retro dell’iPad2

E mentre noi, qui in Occidente, ci fermiamo per un secondo a guardare il consunto Steve Jobs che presenta il nuovo iPad2, fonte inestimabile di reddito - in fondo inutile, oserei dire eccessivo - vicino a noi, dall’altra parte del Mar Mediterraneo, che è padre di tutti noi popoli della costa, molti nostri fratelli sono pronti ad imbarcarsi su imbarcazioni che a stento galleggiano, per raggiungere un sogno. Un sogno che non c’è, perché raggiungeranno un’altra miseria, una miseria diversa certo, ma sempre miseria, reale e morale. Le nostre coste non sono pronte ad accoglierli e noi ancor di meno. I nostri paesi europei apparentemente opulenti, dipinti dalle nostre televisioni, dai nostri falsi messaggi consumistici, come il paradiso, non sono come li immaginano. Quel paradiso non ci sarà per loro, come non c’è per molti di noi, che non trovano lavoro, che sono licenziati, che di botto si trovano sulla soglia della povertà. Tutto questo non si vede, nemmeno io che scrivo lo vedo, ma lo sento, ogni giorno mi entra nella pelle. Mi guardo le mani ferme, la mia incapacità freme nella mia anima e vorrei gridare «fermatevi!». Guardo il retro del mio iPad1, riguardo Steve Jobs consunto e gli domando «a che serve Steve?». Una cosa è certa quei fratelli nessuno li fermerà e non basterà il mio euro lasciato cadere nella mano del mio amico Omar. 

'The Wrinkly' by Paul Collis.

I admit that there is a bit of Mike Lewis in me. 
Perhaps there's a bit of Mike in everyone who lives a hectic life in a polluted metropolis.
The hero of this novel is disappointed with the way his life is going.
Nearly 40, he is looking for a change, a way to escape from it all.
In fact he wants to join the retired people of a paradisical resort in Florida.
He decides to cheat about his age (and not, for once, to look younger). 
Thanks to accurate makeup, his camouflage is consequently quite convincing, and the 'wrinklies' welcome him to their community.
This brings Paul Collis's character straight into several hilarious, unpredictable situations.
A smart story that soon develops into a brilliant comedy of errors – and even the hint of a thriller, when the shadow of crime appears on the horizon in the shape of a mysterious speedboat.
To sum up: it's something new under the sun, and deserves serious consideration by some Hollywood mogul. 
Let's spread the buzz, before the author retires to a tropical paradise himself.


Daniele Ravenna.

martedì 1 marzo 2011

A proposito della Libia


Dal saggio "Il Vicino Oriente nell'iconografia delle riviste periodiche illustrate dal 1875 al 1914" di Carlo Angelo Tosi.


1.3.7 Visioni di Tripoli







«L’Illustrazione italiana», n. 37, del 10 settembre 1911. Visioni di Tripoli. Rara apparizione d’una donna Saracena nelle vie di Tripoli. (Fot. F. Kammliy)


Non si incontrano molte immagini di donne del Vicino Oriente sui periodici italiani di quell’epoca. Spesso però, le poche immagini femminili avevano una qualità, quella di avvicinare quel mondo. Ne è un esempio la bella fotografia riprodotta qui sopra. 
Le foto, che ormai stavano prendendo il sopravvento sulle illustrazioni, acquisivano la tecnica illustrativa e il ritratto della figura femminile, che si muove leggera incorniciata dalle forme geometriche delle case, ne è un esempio. La donna nei suoi candidi abiti, piega la testa verso terra e si copre leggermente il volto. Mentre «tutta la stampa italiana nazionalista e non nazionalista è occupata dalla Tripolitania e dalla condotta del Valì (1) che non meno del suo predecessore manca di ogni riguardo agli interessi italiani. L’Illustrazione fedele al suo programma di seguire le questioni che più appassionano la patria fregia la prima pagina di questo numero di una assai pittoresca e suggestiva istantanea colta di recente nelle misteriose viuzze di Tripoli l’antichissima città romana» (2).
Fino all’occupazione degli Ottomani la Libia fu un territorio senza storia, Tripoli fu da loro conquistata nel 1551. Da quell’anno la città fu governata da pascià e giannizzeri ottomani, nel 1711 un ufficiale dei giannizzeri locali, Ahmad Qaramanli (3), prese il potere e fondò una dinastia fedele alla sovranità ottomana, che durò fino al 1835, quando gli Ottomani ripresero il controllo diretto del paese (4).

L’Italia da molto tempo aveva una sua visione della Tripolitania. Aveva aspettato per anni una conferma al desiderio di sentirsi compartecipe in una politica coloniale nel nord Africa, da condividere con la Francia e l’Inghilterra. Per l’Italia le aspettative su questo paese erano naturali, i ricordi della presenza romana facevano della Tripolitania territorio nazionale. Inoltre si supponeva che quelle terre fossero ricche e tutto questo eccitava il paese che era in preda della febbre nazionalista e imperialista. Si aspettava solo un segno, un assenso, nel frattempo il vali di Tripoli, Ibrahim Paşa faceva l’occhiolino agli americani invitandoli a investire i loro capitali nello sfruttamento dei fosfati, questo, come risulta evidente dal commento, era fonte di preoccupazione (5) per l’Italia.

[1]Vali, governatore di una provincia.
[2]II, n. 37 (10 settembre 1911), nf.
[3]Ahmad Karamanli (Ahmad Qaramanli) era un ufficiale della cavalleria ed era discendente di un corsaro turco, fu portato al potere dalla popolazione indigena, venne riconosciuto pascià e beylerbey (governatore di una provincia) dal sultano due anni dopo, nel 1713. La carica fu rinnovata dal sultano al figlio Muhammad (1745-1754) e al figlio di questi, Alì  (1754-1793). Cfr. A. RAYMOND, Le provincie arabe (XVI-XVIII secolo)  in R. MANTRAN (a cura di), Storia dell’Impero Ottomano, cit., p 451.
[4]Cfr. I. M. LAPIDUS, Storia delle società islamiche, i popoli musulmani, cit., pp. 175-176.
[5]Cfr. P. DUMONT e F. GEORGEON, La morte di un impero (1908-1923), cit., p.645.

1.3.8 Una lettera da Tripoli (6)

L’analisi storico-iconografica delle figure femminili iniziata con l’illustrazione di una giovinetta Illiata (ci si riferisce all'opera da cui è tratto il presente capitolo), si chiude con due piccoli disegni pubblicati insieme con una lettera da Tripoli, scritta da Antonietta, una donna italiana, a un’amica. In realtà la lettera non fu scritta veramente, ma è un intelligente redazionale pubblicitario che promuoveva un prestigioso negozio di Milano. La lettera è esaustiva e i disegni la completano.


Tripoli, li 5 dicembre1913


            Carissima Elena,

che gioia, che felicità! Anche voialtri siete dunque stati destinati quaggiù! Non avresti potuto darmi una notizia più lieta di questa, mia piccola cuginetta. Mi ha solo rattristato il tono sgomento della tua lettera dalla quale traspare una preoccupazione inquieta intorno alla vita che un povero donnino può condurre in questo «paese barbaro». Ma ecco qui a consolarti io che vivo da un anno e che mi citrovo benissimo per non dire divinamente. Ti dirò dunque che di «barbaro» non c’è nulla oramai, neppure i berberi, brava gente che ci ammira e che ci riconosce ormai per loro padroni. Noi del resto non ce ne occupiamo né punto né poco se non per farci servire da essi. La nostra vita si svolge fra Europei e più precisamente fra itaiani. Tutto ciò ch’è italiano qui ci diventa caro, ci attrae irresistibilmente: un profondo senso di fratellanza vera, di amore ci collega ed ogni pretesto è buono per riunirci lietamente. Una ricorrenza nazionale? Una festa! L’arrivo di un nuovo reggimento? Una festa! Un fidanzamento, un matrimonio fra italiani, una nascita? Idem, idem, idem! L’arrivo di un bastimento dall’Italia è il pretesto per una passeggiata fino all’imbarcadero per vedere i nuovi arrivati che pare rechino con loro un po’ della nostra aria nativa. L’arrivo della posta e dei giornali italiani produce anch’esso un’emozione inenarrabile. «Voi, dunque, soffrite il mal du pays, la nostalgia, laggiù!» midirai tu.  Eh si, carina mia, un pochino, ma è una nostalgia tenue, tenue, dolcemente assopita per il continuo e quasi esclusivo contatto ci connazionali, per la frequenza e la facilità con cui riceviamo le notizie dall’adorato mostro paese e finalmente per la gloriosa coscienza di essere in casa nostra, su terra italiana. Non, no, non si sta male qui e non ci si annoia affatto. Verrai e vedrai. Certo la vita non è intensa e precipitosa come a Milano e nelle altre grandi città europee. Ma nulla manca per renderla gradevole qui come là. Non ti enumero le innovazioni che Tripoli ha subito da quando è
divenuta italiana, né ti parlerò del progresso rapido che fa in quanto concerne i comforts e l’igiene moderna; giacchè queste cose tu le hai certamente imparate nei giornali. Ti dirò solamente che riunioni sportive, feste, inviti a bordo delle navi, passeggiate ed escursioni in battello, a cavallo e….a cammello (sicuro!) sono all’ordine del giorno. Anche il teatro, i concerti e i tè eleganti non mancano. Una donna bella, briosa ed elegante come te, ha mille occasioni per brillare e per divenire la regina di tutte le feste. A proposito e a parte ogni falsa modestia ho avuto un trionfo non lieve al mio giungere qui.
Tripoli, li 5 dicembre1913

Sempre tua col cuore
Antonietta

[6]Una lettera da Tripoli,  II, n. 52 (28 dicembre 1913).



Ball Wiener Kaffeesieder Freitag 25. Februar 2011



Ora posso dire «c’ero anch’io!». Si proprio così Lodovico Valentini Perugia ha ballato il walzer a Vienna, in un’atmosfera di altri tempi, nel palazzo imperiale. Sembrava di essere entrati nel passato, mancava solo Cecco Beppe. I miei amici ed io, in onore dei 150 anni dell’Unità d’Italia, abbiamo applicato sui baveri dei nostri smoking la coccarda con il tricolore e abbiamo ballato con i discendenti dell’Impero Asburgico, ricordando il passato e sognando il futuro di un’Europa veramente unita.