lunedì 24 gennaio 2011

L’anima chiusa nalla bambagia rossa.

Guardavo la mia faccia nello specchio, dietro di me vedevo riflessa la paletta del mio strumento. Ero indubbiamente vecchio. Presi il libro di Keith Richard e misi la sua copertina di fianco al mio viso. Il profilo di Keith, con la sigaretta tra le labbra guardava di lato. Indubbiamente era più vecchio di me, le rughe erano profonde, quasi dei tagli, ma aveva qualche cosa d’interessante, era una leggenda. Mi girai e guardai il mio strumento appoggiato sul divano, le sue quattro corde brillavano alla luce che filtrava dalla finestra. Era tempo di smettere di suonare, forse era meglio allontanarsi, rintanarsi come Greta Garbo.
Solo i vecchi riempiono le sale dove si esegue la musica classica, i giovani sono rari e sono sicuramente di più tra gli elementi delle orchestre. Rari giovani, giovani diversi, forse giovani vecchi.  Anche il jazz, il blues e il rock hanno ormai un pubblico che diventa sempre più antico, polveroso. Sento la polvere tra i miei capelli, ne ho le tasche piene. Non sopporto i vecchi, il loro modo di camminare, il loro modo di invecchiare, soprattutto il loro modo di pensare.
Presi la custodia del mio strumento, era una bella custodia, rigida, nera con il marchio rosso Fender sul coperchio. Accarezzai il mio strumento con una mano, lo guardai per l’ultima volta, lo adagiai nella morbida imbottitura rossa che seguiva perfettamente la sua femminea forma e lo chiusi per sempre lì dentro.
Il silenzio, pensai, è la musica che ora devo imparare a suonare e sicuramente lo saprò fare meglio. La musica un giorno rinascerà, quando le immagini perderanno valore, le parole saranno inutili, i vecchi sapranno allontanarsi sulle colline come saggi pellerossa.

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