giovedì 23 settembre 2010

"Intifada con la griffe" di Cesare Marinetti su La Stampa.it

Segnalo un bellissimo articolo e una bellissima foto apparsi oggi su "La Stampa", li potete trovare cliccando il link qui sotto, ma mi sono permesso di incollarli anche qui. Molto interessante anche il reportage di Paola Caridi, sempre su "La Stampa". Quando le riflessioni e le immagini sono così ben colte, penso debbano essere diffuse il più velocemente possibile e con tutti i mezzi.

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7866&ID_sezione=&sezione=

CESARE MARTINETTI
Attenti a questi ragazzi sbucati ieri nei paraggi della spianata delle Moschee in Nike, jeans a vita bassa e mutande griffate. Tirano pietre e non siglano una pace tuttora impossibile nell’infinito conflitto israelo-palestinese.

Ma segnalano almeno un passaggio: dall’Intifada delle ciabatte a quella delle griffe. Dal mondo dei non luoghi, dove ogni posto assomiglia a tutti gli altri, ai ragazzi di ogni luogo che anche loro si assomigliano tutti: a Gerusalemme Est o nelle banlieues parigine o nelle periferie italiane.

Il finale, come spesso accade da quelle parti, è tragico: un morto (palestinese) scontri, feriti, tensione. E ancora separatezze. La lingua della pace ancora inudibile. Eppure quei segni di omologazione, se non portano pace, qualcosa raccontano, come ci spiega Gabriele Vacis nell’intervista che pubblichiamo a pagina 17: sono il simbolo della volontà di uscire dal mondo dove sono nati e nel quale sono rinchiusi facendosi uguali agli altri. Quelle griffe sono l’alfabeto di una semantica ambigua: sottomessi alla merce ma in cerca di vita.

In un romanzo uscito qualche anno fa in Francia (Alì le magnifique) Jack-Alain Léger raccontava la calata del sabato delle torme dei «banlieusards» (i ragazzi di periferia) al centro di Parigi, quasi una processione rituale diretta alla venerazione dei nuovi idoli ammucchiati nelle nuove cattedrali: i grandi centri commerciali, primo tra tutti l’immenso Forum des Halles. Diceva Alì: «Entro, guardo, tocco, palpo, accarezzo, sniffo, apro, provo... Just do it, Nike, Reebok, Converse, Police, Adidas, Tacchini, Fila, Trussardi, Calvin Klein, Ralph Lauren, Hugo Boss, Umbro, Ellesse, Aigle. La vita, la vera vita è là, sottoterra, in mezzo alla merce...».

Nel reportage di Paola Caridi che trovate sempre a pagina 17, si legge che è nello shopping tra gli scaffali del Mega, il supermercato-mall del popolare quartiere di Talpyot, che israeliani e palestinesi sospendono le ostilità, mescolano i bisogni e forse i destini.

Certo, ci vuol altro che un paio di jeans di marca per ricomporre la storia. Specie se sono indosso ad un ragazzo con la faccia coperta e che si allunga nel gesto di lanciare una vecchia pietra uguale a quelle delle vecchie intifade. Però, ci dice il regista Vacis dopo tre anni passati a insegnare teatro da quelle parti, che pur indossando nickname da guerrieri quei ragazzi non vogliono morire. E che le ragazze non portano il velo. E tutti hanno energia da vendere per combattere una nuova battaglia e ottenere la cittadinanza del mondo libero. Le società giuste e gli uomini saggi sanno leggere i segni, anche quando sono impressi sull’elastico di un paio di mutande.

Nessun commento: