mercoledì 7 luglio 2010

“Deep Dead Blue”

Senza pace, senza pietà, né per se stesso, né per gli altri. A muso lungo, quasi strisciante, con gli occhi inclinati nel taglio, le mani doloranti nelle ossa delle dita. Quasi un ammonimento, un impedimento per il pugno della mano destra. La pala al soffitto ruotava inutilmente per attenuare il caldo che veniva dal basso come se il pavimento volesse trasformarsi. Era troppo spesso quel calore estivo, umido, pesante, immobile, inutile. Appoggiò le sue mani sulla tastiera fredda, piatta unica, senza spazi.  Nulla si poteva battere, nulla mandava un suono, era ormai una superficie di ghiaccio, nulla riusciva più a scendere e salire. Nulla.

Il dolore alle dita della mano destra diventava più intenso, il dolore agli occhi insopportabile, era colpa di quella cosa inutile, vile, traditrice della vita, del sangue che scorreva nelle vene, era la vecchiaia. Prese la foglia ingiallita posata  sulle pagine del rigo musicale senza note, la posò sul palmo della sua mano sinistra e la lanciò in aria, si sgretolò e cadde a terra in mille piccoli frammenti sospinti dall’aria mossa dalle pale. 
«Can you see me? Feel me! Touch me!» canticchiò il verso della canzone strascicandolo tra un Re e un Mi, tra un D e un E.
Le canzoni invecchiano e strappano un sorriso di misericordia. E’ inutile mentirsi la vecchiaia è orribile, la morte oscena e il dopo appartiene alle fattucchiere.
Finalmente la tastiera ritornò quella che era  e lui suonò “Deep Dead Blue”.

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