lunedì 12 aprile 2010

La ficaia con il nome

Quel giorno la sua mano era armata. Aveva ripulito quel ramo contorto con cura, ne aveva ricavato un bastone con una strana forma. L’impugnatura formava una specie di pomolo, che aveva colorato di rosso, poi aveva inciso il suo nome vicino alla punta. Il bastone sembrava un’arma Wyandotte, mancava solo qualche piuma.
In realtà aveva intagliato quel bastone d’olivo senza grande cura, la sua intenzione era di utilizzarlo come aiuto per camminare nei boschi, infatti, in quei giorni la sua caviglia sinistra era più dolorante del solito. L’umidità, dopo le forti piogge primaverili, era aumentata considerevolmente e questo acuiva i suoi dolori reumatici.
A terra giacevano rami d’olivo ovunque, era il periodo della potatura e quell’anno a causa dell’inverno eccessivamente rigido, le piante avevano sofferto per il gelo, così era stata necessaria una potatura più energica.
Camminava assorto guardandosi intorno e respirando l’aria. Sulle montagne aveva nevicato ancora e il vento era freddo e penetrante.
Le potature erano necessarie ma quelle eccessive, proprio non le sopportava, s’innervosiva. Gli sembrava che gli alberi mandassero delle grida di dolore che lui coglieva, aveva paura che quel dolore fosse per loro insopportabile e che la linfa si ritirasse nelle loro vene.
Prese la via del villaggio lasciandosi alle spalle i suoi olivi, quell’anno sicuramente avrebbero prodotto meno frutti e l’olio sarebbe stato poco, pensava.
Girò l’angolo del vecchio casolare e vide in lontananza la ficaia, guardò la pianta che da secoli tendeva le sue braccia in tutte le direzioni. Sentì un urlo spaventoso nella sua testa, il grido si tramutò in un clamore lacerante, insopportabile, lugubre. Un dolore intenso trafisse il suo cervello. Guardò di nuovo la ficaia e vide un uomo arrampicato su una scala che segava i rami della pianta. Capì e si mise a correre.
Il terreno era in discesa, ripido e pieno di tronchi e rami di olivo. Saltava come un capriolo, non sentiva più il dolore della caviglia. Il bastone in mano come un’ascia, urlava un canto di battaglia sconosciuto, terribile, che riempì la vallata.
Correva e saltava. In un attimo arrivò, si arrampicò sui pioli della scala alla velocità di un gatto spaventato e colpì con un colpo secco, mortale quell’uomo che senza una ragione recideva i rami della pianta sacra e mentre lo sventurato precipitava a terra, lui e il suo bastone si trasformarono in quei rami recisi, le sue braccia si tesero verso l'alto e si riempirono di gemme.
Andate al Monte, chiedete di Umbertino, lui vi porterà alla Ficaia dello Spirito e vi farà vedere un ramo, quello più grosso e contorto. E' come un urlo quel ramo, ha un nome inciso nel mezzo e il suo apice finisce con un pomolo rosso, come l’arma di un guerriero Wyandotte.

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