mercoledì 3 febbraio 2010

L’Assassino

La donna strillava nella sua strana lingua, sembrava tedesco, non lo era. Era solo un’intensa, drammatica, completa, oscura disperazione che non lasciava angoli dove nascondersi. Quando la follia prende l’intera essenza, vengono a mancare degli spazi nell'anima dove potersi rifugiare. Tutto il corpo diventa un involucro pieno di sostanze buie e pesanti.
La Donna Strillante era in questa situazione. La sua personalità si era trasferita in un’altra personalità e lei non aveva più un’individualità riconoscibile. Strillava nella sua strana lingua «noi abbiamo fatto, abbiamo suonato, siamo andati in barca, abbiamo mangiato un toast». Tutto era una sola cosa.
Eppure erano in due!
La donna annullata in questa duplicità, annullava la personalità dell’altro, che viveva terrorizzato in un limbo fatto di suoni troppo acuti, di lamenti puerili, perso in discorsi che non erano suoi, in obiettivi troppi grandi, che non poteva capire ma che perseguiva per difendersi. Riusciva a vivere, a prendere un po’ di respiro in piccoli spazi dove si nascondeva. Lì finalmente trovava il suo mondo, uno spazio silenzioso fatto di leggeri suoni che accompagnava ritmicamente con la sua voce. In quel mondo cercava pirati che lo liberassero da sua madre.
Ogni genitore, nel suo intimo, vorrebbe che il proprio figlio fosse il migliore, fosse l’oggetto del proprio riscatto, il premio dovuto per la sua vita. Solo limitando quest’aspetto si può, forse sperare di dare delle discrete basi alla Libertà dei figli. Tutto il resto è errore non rimediabile, pericoloso per il singolo individuo e a volte, purtroppo spesso, per tutta la società.
La donna aveva ormai fatto tutti questi errori. Lo sapeva ma l’aveva dimenticato e così pensava, dentro il baratro della sua stessa rovina, di essere nel giusto. Lei aveva una grande esperienza, aveva fatto tutto nella vita, aveva curato tanti pazienti, non poteva sbagliare. Erano gli altri che avevano bisogno di aiuto, che avevano necessità di una terapia. Lei no, lei sapeva tutto e le sue scelte erano sempre le migliori, intanto la sua disperazione cresceva e così si nascondeva nella persistente, assurda, pesante promozione di chi non voleva essere promosso. Lui voleva semplicemente essere lasciato in pace.
Ogni giorno era un dramma, dal momento del risveglio sino a notte inoltrata, nulla aveva un senso, nulla. Nemmeno il silenzio era ristoro, al contrario a volte diventava così inopportuno da trasformarsi in rumore spaventoso. In quei momenti il silenzio divorava tutto, anche gli oggetti e la spingeva a guardare oltre il guardabile. La testa allora sembrava ruotare su se stessa, nulla aveva direzione, niente aveva un senso. Tutto era un’immane, voluta, cercata, perseguita, drammatica, intensa, implacabile solitudine.
Ognuno ha il suo attimo, la sua piccola misura di follia. Piccole malattie, dono dei nostri genitori, nodi dolorosi che si perdono infiniti nel passato. Piccoli, soffocati dolori che nelle loro potenzialità possono portare sino al gesto estremo dell’auto annullamento. C’è chi lo confessa a se stesso, chi lo nasconde, chi si spaventa, chi ci gioca e si mette in burletta, chi soccombe e non pone più limiti, chi impazzisce. Lei sfuggiva a tutto questo scaricando tutto sul figlio. Avrei voluto distruggerla, annientarla con le mie mani, la detestavo. Sapevo che questi miei sentimenti erano sbagliati ma gli occhi di quel bambino mi chiedevano di agire.
Un giorno sentii il piccolo strumento a corde gemere, sentii gli urli, il movimento feroce della rabbia, sentii i pianti del piccolo, un gemito intenso, assurdo. Sentii la voce stridula del bambino che ripeteva incessantemente, tra un singhiozzo e l’altro «basta mamma, ti prego, va bene mamma, ti prego……».
Quella notte, forzai la serratura, in silenzio penetrai in quella casa e spensi per sempre la vita di quella donna.


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