venerdì 4 dicembre 2009

La conchiglia






Il guerriero era stanco di guidare la sua slitta. Quel mondo stava diventando sempre più freddo. Ogni giorno che passava, la calotta di ghiaccio diventava più spessa.
L’ultimo cavaliere della Tavola Rotonda avrebbe voluto cedere la sua spada, lo scudo e l’armatura a un cavaliere più giovane ma nulla c’era in quel mondo oltre i suoi cani e il nemico in agguato.
Guardò in alto in cerca di qualche fata, nulla. S’inginocchiò e guardò oltre il ghiaccio e vide il mare che brillava argenteo colpito dai raggi del sole, seguì la corrente e il suo sguardo arrivò a una spiaggia, era inverno laggiù e vide la fata Aurora con i capelli biondi spettinati dal vento che correva nell’acqua gelida ridendo di gioia. Un gabbiano mandò il suo stridulo verso e scese in picchiata dietro di lei. La fata si fermò e si chinò a raccogliere una conchiglia, guardò in alto, cercò e poi vide, lassù oltre il pensabile, il guerriero. Allora la fata lanciò con delicatezza verso il cielo quel piccolo guscio. La conchiglia forò le nuvole, viaggiò tra le stelle, piroettò su se stessa, attraverso un buco nero, viaggiò a una velocità tale che non era possibile vederla, ma il Cavaliere della Slitta la sentiva salire, un sottile canto arrivava e diceva “My mama done tol’ me, when I was in kneepants. My mama done tol’ me , Son. A woman’ll sweet talk, and give ya the big eye. But when the sweet talkin’s done”.
Ormai la conchiglia era vicina e il Cavaliere poteva vederla brillare, si alzò in piedi e unì le sue mani per accoglierla. La conchiglia traforò il ghiaccio, volò in alto, si fermò sospesa e poi lentamente scese come un piccolo paracadute nelle sue mani.

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