mercoledì 21 ottobre 2009

Shunga. Una mostra per spiriti "puri"



Ieri si è inaugurata al Palazzo Reale di Milano, la mostra “Shunga - Arte ed Eros nel Giappone del periodo Edo” e mentre attendevo in coda di poter entrare - l’affluenza è stata considerevole - ho scorto il Dottor Carlo Angelo Tosi (vedi intervista nell’etichetta “Arte”).
Ovviamente non ho potuto evitare di avvicinarmi. Il personaggio mi ha subito riconosciuto e mi ha invitato a visitare insieme a lui la mostra.
«Vede questa è una mostra per spiriti “puri”. Shunga significa letteralmente “immagini della primavera” e già questa frase accostata ad immagini erotiche apre delle prospettive di vita. L’erotismo non si ferma nell’atto, ma vola nel futuro, apre all'esistenza.
Quello che è impuro nell’atto sessuale l’abbiamo voluto noi e spesso l’abbiamo stravolto e sconvolto.
Gli Shunga sono opere d’arte erotiche, nettamente erotiche, che possono nella loro forza risvegliare anche istinti assopiti, ma vanno osservate dimenticandosi i lati oscuri dell’atto sessuale e guardate con spirito “puro” cioè libero. Mi capisce?» «Sinceramente non  molto» ho risposto«forse perché non ho mai visto questo genere di opere e non so nulla del periodo Edo» «Questo non è un problema. C’è sempre tempo per studiare e approfondire…..vede esistono diversi livelli di percezione delle immagini, uno di questi è guardarle senza sapere nulla, anzi meno si sa e meglio è! La cosa fondamentale, però,  è guardarle evitando di dare forza ai nostri preconcetti e fondamentale è liberarsi di tutto quello che ci è stato insegnato. Questo è quello che voglio fare oggi, cioè guardare queste immagini dimenticandomi quel poco che so e che sono. Facciamo insieme questo percorso. Vuole?» «Ne sono lusingato» ho risposto «Bene, allora le dico poche cose che possono esserle da timone e poi guarderemo gli Shunga senza leggere nulla. Va bene?» e senza aspettare il mio consenso lo storico ha proseguito «Gli Shunga, come ho già detto, sono opere erotiche, realizzate con la tecnica della stampa xilografica tra il 1603 e il 1870, dal 1791 anche con la stampa policroma. Questa forma artistica nacque a Edo, l’attuale Tokio, nel periodo dello shogunato dei Tokugawa. Sono espressione delle classi borghesi, che in quegli anni erano emergenti, soprattutto dello spirito edonista di queste che si contrapponeva alla rigida morale confuciana della classe dei Samurai».
Era venuto il nostro turno, mentre stavamo salendo i gradini della grande scalinata che portava alle sale espositive, il mio accompagnatore aggiunse e concluse «Ora possiamo entrare, da questo momento non le dirò più nulla e non leggerò nulla. Guarderemo insieme queste opere e i kimono esposti. Se riesce, non ascolti nemmeno i commenti delle persone, guardi e basta e liberi il suo spirito mi raccomando!».
Ho guardato le opere cercando di seguire il consiglio. Ho visto figure morbide intrecciate tra loro, vestite in parte dai loro morbidi kimono decorati. Uomini e donne, in coppia o in gruppo, a volta velati da leggeri tendaggi.  Vesti riccamente ricamate, piedi nudi, cosce avvinghiate, espressioni estasiate, labbra chiuse, occhi stretti, mani affusolate.  Nel silenzio voluto, ho colto un profondo distacco tra la morbidezza dei corpi e la “forza” dei genitali. Gli Shunga sono come spezzati in due, come ci fosse una contrapposizione, un dualismo tra l’atto erotico, che è in effetti primavera e estasi  e la prepotenza degli organi genitali.
Mi sono domandato se questo poteva essere il modo di esprimere la contrapposizione e l’evolversi di una cultura. Guardando in silenzio ho capito il senso delle parole che mi erano state dette e mi sono sentito libero di guardare le espressioni di una cultura lontana e diversa e mi sono perso tra quelle linee.
Nell’ultima sala si possono osservare alcune opere da cui traspare l’influenza occidentale, sono dei bellissimi disegni e lì due voci hanno rotto il mio, il nostro silenzio.
Prima voce «Queste sono quelle che preferisco», seconda voce «si indubbiamente! Sono quelle che sento più vicine».
A quel punto la voce di Carlo Angelo Tosi ha rotto definitivamente il silenzio «Troppo facile Signori. Troppo facile!» e si è allontanato nel buio della porta d’uscita. 

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