martedì 13 ottobre 2009

Oltre il canto del lupo

Il vento soffiava violento, i piccolissimi cristalli di ghiaccio, che ricoprivano la superficie della taiga, si sollevavano da terra e spinti dall'aria volavano a una velocità pericolosa per le creature viventi. Il Cavaliere procedeva a capo basso spingendo gli sci in avanti, aggrappato ai bastoncini inclinati. Non sentiva altro che il vento e il fastidio dei graffi che i cristalli gli facevano penetrando attraverso il mantello e la spessa sciarpa avvolta attorno al viso. Sentiva le lacrime uscire dai suoi occhi e subito ghiacciarsi sotto le spesse lenti degli occhiali che indossava.
 «A sud-ovest» mormorava «a sud-ovest a 1.02, 0.96, 293, 51, 131, 18, 25, 35, 7, 1.2,1.10, 0.3. Devo entrare nel Cono dei Rumori, superare i grandi suoni e arrivare al di là del canto del lupo, dove si trovano i miei amici».
Entrò in una vallata che procedendo diventava sempre più stretta. Alla fine le montagne ghiacciate si trasformavano in una sorta di cilindro che sembrava metallico. Giunto in quel luogo angusto, il guerriero sganciò gli sci e abbandonò a terra le bacchette. Si sentiva ancora il vento ma non il suo impeto che in quello spazio ristretto e chiuso non poteva arrivare. Il tormento dei cristalli di ghiaccio era finito, almeno quello! Il Cavaliere tolse sciarpa e occhiali, prese un fazzoletto dalla tasca interna della sua giubba e si asciugò i numerosi minuscoli graffi al viso. Poi guardò la piccola slitta che lo aspettava all’imboccatura del cilindro che ora appariva di color creme. Sfilò la spada dalla custodia appesa alla schiena, indossò l’elmo che era appoggiato sulla slitta e si sdraio nell'incavo della troica con la testa rivolta verso l’alto. Faceva freddo e si avvolse nel suo pesante mantello, la spada brillava a fianco vicino alla gamba destra. La battaglia del suono stava per iniziare e nulla avrebbe potuto impedirla. Era preoccupato perché quella volta non erano con lui la Fata delle fate e la Fata del Lago. Era un combattimento minore che doveva superare da solo, insieme alla sua angoscia ed Excalibur, la Spada della Vita. Niente fate, niente slitta, niente cani, solo e senza Angelo. La piccola slitta si mosse con un leggero sussulto e scivolò all’interno del cunicolo bianco come latte. Subito il silenzio fu rotto da un rumore, non intenso ma brusco, ruvido e freddo. Un rumore che aveva qualche cosa di umano, antipatico e scostante, come la cantilena della voce di un orco delle caverne, più largo che lungo, che aveva conosciuto un tempo ormai lontano.
A un tratto il rumore si fece più intenso, insopportabile, discontinuo, sorprendente, così avido di udito che la coscienza era trasportata via nell’angoscia.
Il Cavaliere sapeva che l’unico modo per battersi era ripensare alle cose più belle della sua vita, come le favole del nonno, o quelle che lui raccontava a sua figlia e proprio in quelle s’immerse, con delicatezza entrando nei suoi ricordi.
«Clungclungclungclugtumtumtumtumtumtacttacttactatacttactdongdongdongdongdonplagpplalplagplakticplaktivplakiticdungdungdungdungdungdungdundg tictittc tictittctictittc tacttacttacttacttacttacttacttact»…….poi....quasi silenzio se non fosse stato per un clungclungclungclug di sottofondo, lontano ma pronto ad aggredire…… «ora finirà» pensò il Cavaliere e invece di nuovo clungclungclungclug tumtumtumtumtum tacttacttactatacttact dongdongdongdongdonplagpplalplagplakticplaktivplakiticdungdungdungdungdungdungdundgtictittctictittctictittc tacttacttacttacttacttacttacttact e di nuovo più lontano clungclungclungclug.
Non poteva muoversi qualcosa lo teneva fermo, la spada lungo il suo fianco mandava bagliori sempre più forti e fremeva leggermente nella mano immobilizzata. Attraverso le linee rette dell’elmo vedeva solo una parete curva chiara a pochi centimetri dal suo naso. Provò un solletico improvviso sotto gli occhi e sulla guancia sinistra. Non poteva fare nulla e il solletico diventò insopportabile, penetrava sotto la pelle, gli occhi cominciarono a lacrimare e  il solletico aumentò.
S’immerse nuovamente nei suoi ricordi. Vide le case e le stanze dove aveva vissuto, vide il suo pianoforte a coda e il flauto appoggiato sullo sgabello e sentì il suono dello strumento, dolcissimo. La sua amica Soma, la fata dei Fiordi del Nord, suonava il flauto vicino alla finestra. I suoi capelli d'oro rilucevano alla luce del sole e l'esecuzione del brano di Sibelius muoveva le onde del lago che si poteva vedere oltre le ultime rose del giardino.
Si addormentò mentre di nuovo il rumore diventava sempre più insopportabile «clungclungclungclutumtumtumtumtumtacttacttactatacttactdongdongdongdongdonplagpplalplagplakticplaktivplakiticdungdungdungdungdungdungdundgtictittctictittctictittc tacttacttacttacttacttacttacttact»
Si svegliò di colpo, angosciato, spaventato, tremante e ghiacciato «perché proprio io dovevo diventare un guerriero? Che senso ha tutto questo?  E’ giusto così perché altrimenti sarebbe toccato a un altro!» Riprese il controllo di se stesso « Devo ritrovare i miei cani, devo uscire da questo involucro di ghiaccio».
Il rumore continuava con il suo ritmo assordante «lungclungclungclugtumtumtumtumtumtacttacttactatacttact dongdongdongdongdonplagpplalplagplakticplaktivplakiticdungdungdungdungdungdungdundgtictittctictittctictittc tacttacttacttacttacttacttacttact». A un tratto la slitta fu spinta via da una forza incredibile e fu silenzio e tra le linee rette dell’elmo finalmente il Cavaliere vide il cielo stellato. Guardò in alto e vide il volto luminoso di Niniane che gli sorrideva e dietro di lei vide sfrecciare la bianca slitta della Fata del Lago. Si alzò, ripose Excalibur nella custodia, si tolse l’elmo e subito delicatamente, dolcemente una candida mano gli asciugò le lacrime. Sentì il canto del lupo e subito dopo abbaiare. Guardò verso il cupo orizzonte e vide Angelo e gli altri cani corrergli incontro. La battaglia era finita. Un raggio celeste solcò il cielo, aveva la forma di un gatto, era Juppiter Jovis il principe dei guaritori che gioiva per lui.

Nessun commento: