lunedì 26 ottobre 2009

Ai carabinieri che si sono sporcati la coscienza. Ovvero un tenente collonnello dell'Arma a fianco del Cavaliere della Slitta

«Il giorno che mi svegliai con la gamba completamente paralizzata, terrorizzato, guardandomi intorno nella stanza bianca dell’ospedale, vidi, sdraiato nel letto di fianco, un signore anziano che mi guardava con uno sguardo identico al mio»  il guerriero ricordava a voce alta, guardando il suo cane. Angelo lo ascoltava con le orecchie dritte. Anche gli altri cani si avvicinarono e si posero tutti intorno alla slitta dove il Cavaliere era seduto. Era buio e solo il fuoco accesso illuminava quella notte. L’uomo proseguì guardando i suoi amici «il volto di quel signore non lo dimenticherò mai, così come non scorderò più la sua voce e le sue storie. Era un tenente colonnello dei Carabinieri e da quell'incontro per me l’Arma è diventata sacra. Oggi quattro uomini l’hanno sporcata e questo mi addolora» Le lacrime riempirono gli occhi del guerriero e si fermarono formando delle lenti salate, e in quei cristalli luccicanti i cani videro le forme di molti carabinieri in sella ai loro cavalli con le lame sguainate e tutti avevano uno sguardo molto infelice. Il Cavaliere proseguì «Il mio Colonnello mi guardò e disse “Non ti spaventare guerriero, non è nulla, vedrai ci rimetteremo in piedi" In realtà era spaventato come me, aveva tutta la parte sinistra paralizzata. "nessuno m’impedirà di rimettermi in piedi. Voglio essere ritto quando la morte verrà a prendermi”, e mi tese la mano destra facendo forza con tutto il suo corpo per avvicinarsi al bordo del letto. Toccai appena i polpastrelli della sua grande mano e da quel giorno combattemmo insieme la nostra personale e solitaria battaglia per muoverci. Dopo un mese di fisioterapia riuscivamo a stare in qualche modo in piedi, ma le infermiere non volevano che lo facessimo da soli, ben inteso avevano ragione. Noi però volevamo proprio farlo da soli, così a turno uno di noi si alzava girava intorno al letto dell’altro, avvinghiato ad una stampella, per arrivare dal lato migliore, proprio dove l'altro poteva scendere con meno fatica. Così ci davamo una mano a vicenda, poi facevamo due passi e   subito restavamo ritti uno di fianco all'altro su un attenti un po' storto e guardavamo fuori dalla finestra. Facevamo questo per sentirci più forti, per metterci alla prova, per vincere le nostre paure, per tornare a vivere da persone normali. Di giorno quando non dormivamo, il Colonnello amava raccontarmi le sue avventure, le sue indagini su furfanti, malfattori, mafiosi e altre cose turpi. Mi parlava dei suoi ufficiali, dei suoi sottufficiali, dei suoi carabinieri. Mi descriveva la loro dedizione, abnegazione e sacrificio. Di quei giorni drammatici ho un bellissimo ricordo, quello di quell'ufficiale in pigiama che di nascosto a tutti, tranne che a me, alzava il suo dignitoso corpo, poggiava i piedi in terra, indossava le sue pantofole e con coraggio sovrumano riprendeva il controllo di se stesso e camminava, a dispetto della malattia, dei dottori e delle infermiere. Siamo usciti insieme da quell'ospedale, con le stampelle ma in piedi! Non ho più rivisto il mio colonnello, ma lui è dentro di me e ogni volta che devo combattere, lo sento vicino, sostiene la mia Spada della Vita e insieme a lui ci sono tutti i Carabinieri vissuti e che vivono per difendere i valori dell’onestà. Di questa ennesima brutta storia, che noi qui, in questo mondo gelido, possiamo vedere solo attraverso la lente di ghiaccio……..» A quel punto Angelo lanciò un ululato di dolore e gli altri undici cani da accucciati si alzarono e abbaiarono nella notte con rabbia e dolore «……la cosa più dolorosa è vedere quattro carabinieri, ed è meglio dimenticare che lo siano stati, insozzati dal fango più putrido» Il Cavaliere si alzò in piedi ed estrasse Excalibur dal fodero che brillò nell'aria gelida della taiga «l’onore è la cosa più preziosa che un uomo può avere e per un Cavaliere è inestimabile. Viva l’onore dei Carabinieri che sanno conservarlo, viva il mio Colonnello ovunque sia!» La spada brillò più forte, così forte che tutta l’aria intorno al Cavaliere e i dodici cani, diventò calda. Allora la Fata delle fate, Niniane, illuminò la notte con miriadi di gigli bianchi e per un attimo si vide una carica di carabinieri a cavallo solcare quel cielo distante, poi tornò tutto come prima. Il Cavaliere legò i suoi cani alla slitta, Angelo corse al suo posto, prese le redini in mano e in un lampo sparirono nel buio della notte. Niniane li guardò e sorrise.

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