venerdì 30 ottobre 2009

Catch As Catch Can / Mick Jagger


Tiriamoci su con una "Canzone dimenticata" di Mick, che il mio amico Jeanluc ha pubblicato nel suo blog "Il Blog dei Miti del Rock". Chi vuole nel blog di Jeanluc può trovare anche il testo e tante altri video. L'indirizzo lo potete trovare nei miei Link a fine pagina. Grazie Jeanluc ci voleva!

Avremmo bisogno di più Serene!

Mi domando se è giusto far vedere tutto, ad esempio è buona comunicazione far girare senza contestualizzare il filmato dell’omicidio di camorra che in questi ultimi giorni è trasmesso ovunque?
Roberto Saviano, che personalmente ammiro, sostiene di sì e le sue motivazioni sono corrette, ma quanti sono in grado di comprendere il messaggio nel modo corretto? Sono dell’opinione che il video poteva essere oggetto di buona e corretta comunicazione se contestualizzato di più, ma così com’è stato utilizzato è comunicazione pericolosa.
Invece è pessima comunicazione quella di sbattere in prima pagina i trans per fare audience. Questo è successo in trasmissioni televisive di tutti i generi, brilla tra tutti il solito Bruno Vespa.
Brava, invece, Serena Dandini che ieri sera, nel corso della sua trasmissione, è riuscita a sdrammatizzare la situazione e ridicolizzare i suoi colleghi. Avremmo bisogno di più Serene!

giovedì 29 ottobre 2009

Aqiva e i valori etici

Il mio amico e collaboratore Aqiva ha fatto un bellissimo intervento nel sito Nicodemo.net. E' un intervento molto forte e per capirlo bisogna leggerlo con mente libera e aperta. E' difficile?

I valori etici sono il tema e così scrive Aqiva.


«I valori etici! E’ giusto, ma sarà molto difficile ritrovarli perché sono stati trasformati, mascherati, stravolti da una strategia di comunicazione complessa, la volontà del potere che si estende in tutti i campi dove ci muoviamo non vuole che la gente dialoghi con la propria coscienza. E’ un potere che non ama la cultura e la conoscenza. L’errore è non voler vedere questa realtà e noi siamo responsabile come l’ultimo dei nostri rappresentanti politici e non solo.  La comunicazione di cui i più responsabili sono i giornalisti che non indagano più, che si sono “venduti” non serve più a noi, ma solo al potere che distorce tutto soprattutto i valori etici. I nostri figli sono in pericolo ma noi possiamo fare poco perché non riusciamo più a percepire la realtà ed è proprio per questo che i valori sono calpestati e sconvolti.
Ognuno di noi ha le proprie debolezze, fragilità, immoralità, ma la cosa peggiore è che accettiamo ormai senza accorgerci, che la comunicazione premia la parte peggiore dell’uomo. Per paradosso i peggiori diventano esempi, così meretrici, poco di buono, delinquenti e maniaci sessuali riempiono i nostri mezzi di comunicazione, a volte diventando a turno eroi e perseguitati.
Gente senza moralità guida il nostro paese, ma noi li difendiamo o li attacchiamo per tutelare altri peggiori di quelli che attacchiamo.  Quale rispetto possono avere i nostri figli di noi, se noi non siamo capaci di capire o non vogliamo capire perché ci fa comodo? E come possiamo insegnare loro il senso dei valori etici se noi stessi li abbiamo ormai perduti?
Dobbiamo riflettere e cambiare ma molto velocemente prima che sia troppo tardi!»

martedì 27 ottobre 2009

Fiore avvizzito

Ricorda figlia mia, rammenta figlio mio! Quando tenderete la mano e aprirete la vostra tenda da tutti i quattro i lati, spesso la risposta che riceverete sarà come un fiore avvizzito in un vasetto senz’acqua. Continuate a farlo, quanto più vi sarà possibile, perché quel pensiero diventerà pura energia nell’Universo.


lunedì 26 ottobre 2009

Ai carabinieri che si sono sporcati la coscienza. Ovvero un tenente collonnello dell'Arma a fianco del Cavaliere della Slitta

«Il giorno che mi svegliai con la gamba completamente paralizzata, terrorizzato, guardandomi intorno nella stanza bianca dell’ospedale, vidi, sdraiato nel letto di fianco, un signore anziano che mi guardava con uno sguardo identico al mio»  il guerriero ricordava a voce alta, guardando il suo cane. Angelo lo ascoltava con le orecchie dritte. Anche gli altri cani si avvicinarono e si posero tutti intorno alla slitta dove il Cavaliere era seduto. Era buio e solo il fuoco accesso illuminava quella notte. L’uomo proseguì guardando i suoi amici «il volto di quel signore non lo dimenticherò mai, così come non scorderò più la sua voce e le sue storie. Era un tenente colonnello dei Carabinieri e da quell'incontro per me l’Arma è diventata sacra. Oggi quattro uomini l’hanno sporcata e questo mi addolora» Le lacrime riempirono gli occhi del guerriero e si fermarono formando delle lenti salate, e in quei cristalli luccicanti i cani videro le forme di molti carabinieri in sella ai loro cavalli con le lame sguainate e tutti avevano uno sguardo molto infelice. Il Cavaliere proseguì «Il mio Colonnello mi guardò e disse “Non ti spaventare guerriero, non è nulla, vedrai ci rimetteremo in piedi" In realtà era spaventato come me, aveva tutta la parte sinistra paralizzata. "nessuno m’impedirà di rimettermi in piedi. Voglio essere ritto quando la morte verrà a prendermi”, e mi tese la mano destra facendo forza con tutto il suo corpo per avvicinarsi al bordo del letto. Toccai appena i polpastrelli della sua grande mano e da quel giorno combattemmo insieme la nostra personale e solitaria battaglia per muoverci. Dopo un mese di fisioterapia riuscivamo a stare in qualche modo in piedi, ma le infermiere non volevano che lo facessimo da soli, ben inteso avevano ragione. Noi però volevamo proprio farlo da soli, così a turno uno di noi si alzava girava intorno al letto dell’altro, avvinghiato ad una stampella, per arrivare dal lato migliore, proprio dove l'altro poteva scendere con meno fatica. Così ci davamo una mano a vicenda, poi facevamo due passi e   subito restavamo ritti uno di fianco all'altro su un attenti un po' storto e guardavamo fuori dalla finestra. Facevamo questo per sentirci più forti, per metterci alla prova, per vincere le nostre paure, per tornare a vivere da persone normali. Di giorno quando non dormivamo, il Colonnello amava raccontarmi le sue avventure, le sue indagini su furfanti, malfattori, mafiosi e altre cose turpi. Mi parlava dei suoi ufficiali, dei suoi sottufficiali, dei suoi carabinieri. Mi descriveva la loro dedizione, abnegazione e sacrificio. Di quei giorni drammatici ho un bellissimo ricordo, quello di quell'ufficiale in pigiama che di nascosto a tutti, tranne che a me, alzava il suo dignitoso corpo, poggiava i piedi in terra, indossava le sue pantofole e con coraggio sovrumano riprendeva il controllo di se stesso e camminava, a dispetto della malattia, dei dottori e delle infermiere. Siamo usciti insieme da quell'ospedale, con le stampelle ma in piedi! Non ho più rivisto il mio colonnello, ma lui è dentro di me e ogni volta che devo combattere, lo sento vicino, sostiene la mia Spada della Vita e insieme a lui ci sono tutti i Carabinieri vissuti e che vivono per difendere i valori dell’onestà. Di questa ennesima brutta storia, che noi qui, in questo mondo gelido, possiamo vedere solo attraverso la lente di ghiaccio……..» A quel punto Angelo lanciò un ululato di dolore e gli altri undici cani da accucciati si alzarono e abbaiarono nella notte con rabbia e dolore «……la cosa più dolorosa è vedere quattro carabinieri, ed è meglio dimenticare che lo siano stati, insozzati dal fango più putrido» Il Cavaliere si alzò in piedi ed estrasse Excalibur dal fodero che brillò nell'aria gelida della taiga «l’onore è la cosa più preziosa che un uomo può avere e per un Cavaliere è inestimabile. Viva l’onore dei Carabinieri che sanno conservarlo, viva il mio Colonnello ovunque sia!» La spada brillò più forte, così forte che tutta l’aria intorno al Cavaliere e i dodici cani, diventò calda. Allora la Fata delle fate, Niniane, illuminò la notte con miriadi di gigli bianchi e per un attimo si vide una carica di carabinieri a cavallo solcare quel cielo distante, poi tornò tutto come prima. Il Cavaliere legò i suoi cani alla slitta, Angelo corse al suo posto, prese le redini in mano e in un lampo sparirono nel buio della notte. Niniane li guardò e sorrise.

sabato 24 ottobre 2009

C’è una trattoria in Via San Giovanni sul Muro .....

Invito chi apprezza le mie interviste, a leggere l’ultima che sono riuscito a carpire al Dottor Daniele Ravenna, personaggio importante della cultura e della musica milanese. L’intervista la potete trovare nel nuovo blog che curo e che nuovamente vi segnalo http://frediltis.blogspot.com/ .
Del Dottor Daniele Ravenna ho già avuto modo di parlare in alcuni articoli (post) che potete trovare sotto l’etichetta (rubrica) "musica" e ricordate: Milano c’è ma bisogna saperla cercare!



Questa è un'anticipazione! Per leggere meglio, cliccate sull'immagine.
Per capire di più, visitate il blog sopra riportato.

mercoledì 21 ottobre 2009

Shunga. Una mostra per spiriti "puri"



Ieri si è inaugurata al Palazzo Reale di Milano, la mostra “Shunga - Arte ed Eros nel Giappone del periodo Edo” e mentre attendevo in coda di poter entrare - l’affluenza è stata considerevole - ho scorto il Dottor Carlo Angelo Tosi (vedi intervista nell’etichetta “Arte”).
Ovviamente non ho potuto evitare di avvicinarmi. Il personaggio mi ha subito riconosciuto e mi ha invitato a visitare insieme a lui la mostra.
«Vede questa è una mostra per spiriti “puri”. Shunga significa letteralmente “immagini della primavera” e già questa frase accostata ad immagini erotiche apre delle prospettive di vita. L’erotismo non si ferma nell’atto, ma vola nel futuro, apre all'esistenza.
Quello che è impuro nell’atto sessuale l’abbiamo voluto noi e spesso l’abbiamo stravolto e sconvolto.
Gli Shunga sono opere d’arte erotiche, nettamente erotiche, che possono nella loro forza risvegliare anche istinti assopiti, ma vanno osservate dimenticandosi i lati oscuri dell’atto sessuale e guardate con spirito “puro” cioè libero. Mi capisce?» «Sinceramente non  molto» ho risposto«forse perché non ho mai visto questo genere di opere e non so nulla del periodo Edo» «Questo non è un problema. C’è sempre tempo per studiare e approfondire…..vede esistono diversi livelli di percezione delle immagini, uno di questi è guardarle senza sapere nulla, anzi meno si sa e meglio è! La cosa fondamentale, però,  è guardarle evitando di dare forza ai nostri preconcetti e fondamentale è liberarsi di tutto quello che ci è stato insegnato. Questo è quello che voglio fare oggi, cioè guardare queste immagini dimenticandomi quel poco che so e che sono. Facciamo insieme questo percorso. Vuole?» «Ne sono lusingato» ho risposto «Bene, allora le dico poche cose che possono esserle da timone e poi guarderemo gli Shunga senza leggere nulla. Va bene?» e senza aspettare il mio consenso lo storico ha proseguito «Gli Shunga, come ho già detto, sono opere erotiche, realizzate con la tecnica della stampa xilografica tra il 1603 e il 1870, dal 1791 anche con la stampa policroma. Questa forma artistica nacque a Edo, l’attuale Tokio, nel periodo dello shogunato dei Tokugawa. Sono espressione delle classi borghesi, che in quegli anni erano emergenti, soprattutto dello spirito edonista di queste che si contrapponeva alla rigida morale confuciana della classe dei Samurai».
Era venuto il nostro turno, mentre stavamo salendo i gradini della grande scalinata che portava alle sale espositive, il mio accompagnatore aggiunse e concluse «Ora possiamo entrare, da questo momento non le dirò più nulla e non leggerò nulla. Guarderemo insieme queste opere e i kimono esposti. Se riesce, non ascolti nemmeno i commenti delle persone, guardi e basta e liberi il suo spirito mi raccomando!».
Ho guardato le opere cercando di seguire il consiglio. Ho visto figure morbide intrecciate tra loro, vestite in parte dai loro morbidi kimono decorati. Uomini e donne, in coppia o in gruppo, a volta velati da leggeri tendaggi.  Vesti riccamente ricamate, piedi nudi, cosce avvinghiate, espressioni estasiate, labbra chiuse, occhi stretti, mani affusolate.  Nel silenzio voluto, ho colto un profondo distacco tra la morbidezza dei corpi e la “forza” dei genitali. Gli Shunga sono come spezzati in due, come ci fosse una contrapposizione, un dualismo tra l’atto erotico, che è in effetti primavera e estasi  e la prepotenza degli organi genitali.
Mi sono domandato se questo poteva essere il modo di esprimere la contrapposizione e l’evolversi di una cultura. Guardando in silenzio ho capito il senso delle parole che mi erano state dette e mi sono sentito libero di guardare le espressioni di una cultura lontana e diversa e mi sono perso tra quelle linee.
Nell’ultima sala si possono osservare alcune opere da cui traspare l’influenza occidentale, sono dei bellissimi disegni e lì due voci hanno rotto il mio, il nostro silenzio.
Prima voce «Queste sono quelle che preferisco», seconda voce «si indubbiamente! Sono quelle che sento più vicine».
A quel punto la voce di Carlo Angelo Tosi ha rotto definitivamente il silenzio «Troppo facile Signori. Troppo facile!» e si è allontanato nel buio della porta d’uscita. 

venerdì 16 ottobre 2009

Shunga. Mostra da non perdere!




Shunga. Arte ed Eros nel Giappone del periodo Edo, è una Mostra curata dalla Fondazione Antonio Mazzotta, sicuramente un evento da non perdere. 
Personalmente sarà per me un piacere scrivere qualche cosa di più la prossima settimana
Intanto prendete nota nelle vostre agende, che la Mostra inizierà  il 21 ottobre 2009 e terminerà il 31 gennaio 2010.








giovedì 15 ottobre 2009

Chi è questo “premier”?


Chi è questo “premier” di cui i nostri giornalisti e altri “comunicatori” parlano? Questo è un termine che non solo non appartiene alla lingua italiana, ma nemmeno alla Costituzione.  Infatti, nella nostra Costituzione si legge:


Titolo III. IL GOVERNO.
Sezione I.
IL CONSIGLIO DEI MINISTRI.
92. Il Governo della Repubblica è composto dal Presidente del Consiglio e dei ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei Ministri. Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri.


Sarebbe una bella cosa se tornassimo ad apprezzare la nostra lingua e a leggere almeno una volta la nostra Costituzione. Oh…..Se la Costituzione è cambiata, avvertitemi!

martedì 13 ottobre 2009

Valse Triste Op 44, Jean Sibelius

Oltre il canto del lupo

Il vento soffiava violento, i piccolissimi cristalli di ghiaccio, che ricoprivano la superficie della taiga, si sollevavano da terra e spinti dall'aria volavano a una velocità pericolosa per le creature viventi. Il Cavaliere procedeva a capo basso spingendo gli sci in avanti, aggrappato ai bastoncini inclinati. Non sentiva altro che il vento e il fastidio dei graffi che i cristalli gli facevano penetrando attraverso il mantello e la spessa sciarpa avvolta attorno al viso. Sentiva le lacrime uscire dai suoi occhi e subito ghiacciarsi sotto le spesse lenti degli occhiali che indossava.
 «A sud-ovest» mormorava «a sud-ovest a 1.02, 0.96, 293, 51, 131, 18, 25, 35, 7, 1.2,1.10, 0.3. Devo entrare nel Cono dei Rumori, superare i grandi suoni e arrivare al di là del canto del lupo, dove si trovano i miei amici».
Entrò in una vallata che procedendo diventava sempre più stretta. Alla fine le montagne ghiacciate si trasformavano in una sorta di cilindro che sembrava metallico. Giunto in quel luogo angusto, il guerriero sganciò gli sci e abbandonò a terra le bacchette. Si sentiva ancora il vento ma non il suo impeto che in quello spazio ristretto e chiuso non poteva arrivare. Il tormento dei cristalli di ghiaccio era finito, almeno quello! Il Cavaliere tolse sciarpa e occhiali, prese un fazzoletto dalla tasca interna della sua giubba e si asciugò i numerosi minuscoli graffi al viso. Poi guardò la piccola slitta che lo aspettava all’imboccatura del cilindro che ora appariva di color creme. Sfilò la spada dalla custodia appesa alla schiena, indossò l’elmo che era appoggiato sulla slitta e si sdraio nell'incavo della troica con la testa rivolta verso l’alto. Faceva freddo e si avvolse nel suo pesante mantello, la spada brillava a fianco vicino alla gamba destra. La battaglia del suono stava per iniziare e nulla avrebbe potuto impedirla. Era preoccupato perché quella volta non erano con lui la Fata delle fate e la Fata del Lago. Era un combattimento minore che doveva superare da solo, insieme alla sua angoscia ed Excalibur, la Spada della Vita. Niente fate, niente slitta, niente cani, solo e senza Angelo. La piccola slitta si mosse con un leggero sussulto e scivolò all’interno del cunicolo bianco come latte. Subito il silenzio fu rotto da un rumore, non intenso ma brusco, ruvido e freddo. Un rumore che aveva qualche cosa di umano, antipatico e scostante, come la cantilena della voce di un orco delle caverne, più largo che lungo, che aveva conosciuto un tempo ormai lontano.
A un tratto il rumore si fece più intenso, insopportabile, discontinuo, sorprendente, così avido di udito che la coscienza era trasportata via nell’angoscia.
Il Cavaliere sapeva che l’unico modo per battersi era ripensare alle cose più belle della sua vita, come le favole del nonno, o quelle che lui raccontava a sua figlia e proprio in quelle s’immerse, con delicatezza entrando nei suoi ricordi.
«Clungclungclungclugtumtumtumtumtumtacttacttactatacttactdongdongdongdongdonplagpplalplagplakticplaktivplakiticdungdungdungdungdungdungdundg tictittc tictittctictittc tacttacttacttacttacttacttacttact»…….poi....quasi silenzio se non fosse stato per un clungclungclungclug di sottofondo, lontano ma pronto ad aggredire…… «ora finirà» pensò il Cavaliere e invece di nuovo clungclungclungclug tumtumtumtumtum tacttacttactatacttact dongdongdongdongdonplagpplalplagplakticplaktivplakiticdungdungdungdungdungdungdundgtictittctictittctictittc tacttacttacttacttacttacttacttact e di nuovo più lontano clungclungclungclug.
Non poteva muoversi qualcosa lo teneva fermo, la spada lungo il suo fianco mandava bagliori sempre più forti e fremeva leggermente nella mano immobilizzata. Attraverso le linee rette dell’elmo vedeva solo una parete curva chiara a pochi centimetri dal suo naso. Provò un solletico improvviso sotto gli occhi e sulla guancia sinistra. Non poteva fare nulla e il solletico diventò insopportabile, penetrava sotto la pelle, gli occhi cominciarono a lacrimare e  il solletico aumentò.
S’immerse nuovamente nei suoi ricordi. Vide le case e le stanze dove aveva vissuto, vide il suo pianoforte a coda e il flauto appoggiato sullo sgabello e sentì il suono dello strumento, dolcissimo. La sua amica Soma, la fata dei Fiordi del Nord, suonava il flauto vicino alla finestra. I suoi capelli d'oro rilucevano alla luce del sole e l'esecuzione del brano di Sibelius muoveva le onde del lago che si poteva vedere oltre le ultime rose del giardino.
Si addormentò mentre di nuovo il rumore diventava sempre più insopportabile «clungclungclungclutumtumtumtumtumtacttacttactatacttactdongdongdongdongdonplagpplalplagplakticplaktivplakiticdungdungdungdungdungdungdundgtictittctictittctictittc tacttacttacttacttacttacttacttact»
Si svegliò di colpo, angosciato, spaventato, tremante e ghiacciato «perché proprio io dovevo diventare un guerriero? Che senso ha tutto questo?  E’ giusto così perché altrimenti sarebbe toccato a un altro!» Riprese il controllo di se stesso « Devo ritrovare i miei cani, devo uscire da questo involucro di ghiaccio».
Il rumore continuava con il suo ritmo assordante «lungclungclungclugtumtumtumtumtumtacttacttactatacttact dongdongdongdongdonplagpplalplagplakticplaktivplakiticdungdungdungdungdungdungdundgtictittctictittctictittc tacttacttacttacttacttacttacttact». A un tratto la slitta fu spinta via da una forza incredibile e fu silenzio e tra le linee rette dell’elmo finalmente il Cavaliere vide il cielo stellato. Guardò in alto e vide il volto luminoso di Niniane che gli sorrideva e dietro di lei vide sfrecciare la bianca slitta della Fata del Lago. Si alzò, ripose Excalibur nella custodia, si tolse l’elmo e subito delicatamente, dolcemente una candida mano gli asciugò le lacrime. Sentì il canto del lupo e subito dopo abbaiare. Guardò verso il cupo orizzonte e vide Angelo e gli altri cani corrergli incontro. La battaglia era finita. Un raggio celeste solcò il cielo, aveva la forma di un gatto, era Juppiter Jovis il principe dei guaritori che gioiva per lui.

sabato 10 ottobre 2009

"Il Corpo delle Donne"

Vi invito a visitare il blog “Il Corpo delle Donne” e guardare l’omonimo documentario. Non scrivo nessun commento perché il blog della Signora Lorella Zanardo parla da solo. Tra i miei link c'è la via per raggiungere il blog.

venerdì 9 ottobre 2009

Una marcia in più nella lirica. "Cecilia Bartoli : Sacrificium"

L'altra sera ho ascoltato la voce di Cecilia Bartoli e ne sono rimasto profondamente colpito. Il CD che Cecilia Bartoli presenta in questo video è da non perdere!

Warner Music Group ha bloccato il video dei "Muse a Quelli del Calcio" su Le idee di Lodovico Valentini Perugia!

Il video dei Muse a Quelli che il Calcio, pubblicato su questo blog, tramite You Tube è stato bloccato da Warner Music Group. Penso che nessuno e per nessun motivo legale abbia il diritto di impedire la possibilità di fare informazione su una disinformazione. Penso, anche, che la musica abbia bisogno di esprimersi anche in spazi liberi ed è proprio in questi spazi che la musica vive e diventa di tutti. Inoltre, l'ormai noto incidente di percorso della presentatrice, che senza dubbio non è stata la sola responsabile, ha tutto sommato giovato ai Muse (forse anche alla trasmissione) e quindi a maggior ragione mi è incomprensibile la decisione della loro casa di produzione. Con questo posso dire, facendo il verso ad una nota trasmissione televisiva: niente di personale!

mercoledì 7 ottobre 2009

Lodo è un diminutivo?

Che cosa vuol dire lodo? Chi lo sa? E’ il diminutivo di Lodovico? Alfano Lodovico? No, no, non può essere, avrebbe la maiuscola!  Forse è il maschile o il contrario di lode? Potrebbe essere un "complimento" per aver tenuto un comportamento scorretto. Come ad esempio ti do una lode se fai bene il compito d’inglese, ti do un lodo se lo fai sbagliato. Se se sei onesto, ti faccio una lode. Se sei disonesto, ti faccio un lodo. Ora ho capito!

La Signora dell'Acero Rosso

Cosa c’è in comune tra una signora e un acero rosso? Forse niente!
Eppure quel colore delle foglie rosso scuro, forti e stanche, ha qualche cosa da raccontare. L’Acero Rosso è una pianta diversa dalle altre, l’occhio ne è da un lato attratto ma anche disturbato. Forse quello strano colore è troppo intenso e allora si cerca il più  rassicurante verde. Una storia nuova, intensa e soprattutto dirompente. Una problema che tutti dimentichiamo, un dramma umano da affrontare e da capire, cercando di non fuggire.
Ecco allora venirci in aiuto il testo teatrale di Dario G. Martini, che rimasto sino ad ora immobile nelle pagine di un libro, prende vita e entra in scena grazie a Anita Romano. La mia amica Anita ha scoperto quest’opera e ne è rimasta profondamente colpita sino a pensare di adattarla e recitarla. Ora la Signora entra in scena  con tutta la sua forza e sensibilità. Non possiamo mancare!

La pièce teatrale è un monologo in cui la protagonista tocca il delicato e universalmente dimenticato tema della sessualità dei portatori di handicap.  Un tema difficile che l’autore prima e ora l’attrice affrontano con pudore e delicatezza. Anita Romano e Dario G. Martini hanno colto la realtà di un argomento convinti che non sia lo stesso a fare scandalo, ma il totale silenzio che lo relega nel limbo del dimenticato.






Il Monologo-processo presentato in marzo a Bogliasco, alla presenza dell'autore, sarà in scena: 

-  il 18 ottobre al Teatro Arsenale di Milano (ore 14) nell'ambito del FuoriFesta -posto unico 5 euro 

- il 3 (giornata della disabilità) e 4 dicembre a Roma presso Il Teatro LoSpazio (in via di definizione) 

- il 10 gennaio 2010 a Milano al Teatro della Cooperativa ospite del cartellone "Basaglia Off" 



Produzione Arbor Alma

lunedì 5 ottobre 2009

1.02, 0.96, 293, 51, 131, 18, 25, 35, 7, 1.2,1.10, 0


La slitta era immobile appoggiata sul ghiaccio come una barca abbandonata. Un altro pericolo era passato e il Cavaliere guardava il foglio rileggendo ad alta voce i dati «1.02, 0.96, 293, 51, 131, 18, 25, 35, 7, 1.2,1.10, 0,3» mentre leggeva pescò dalla tasca dello zaino, un pezzo di pane e lo portò alla bocca. Pane secco e freddo, ma buono, gli ricordava quello che aveva mangiato un tempo lontano in posti meno gelidi di quel mondo.
Pensò «questi numeri hanno un senso, ma non possono rivelare il male più profondo». Ripiegò il foglio e lo infilò nella tasca della giubba, poi si avvolse nel mantello. Era stanco, voleva tornare indietro, ma non era più possibile, ormai era un guerriero, non era stata una sua scelta, la vita prima o poi pone tutti di fronte a questa unica opzione.
I dodici cani non si vedevano, solo la slitta e l’uomo rompevano la monotonia del paesaggio ghiacciato. Oltre l’orizzonte era possibile scorgere la forma di qualche altura.  Il ghiaccio si stava inspessendo in modo impressionante. La Fata delle fate era volata via e si era rifugiata nel cespuglio tra le braccia di Merlino.
Si sentì un ululato di un lupo. Il Cavaliere si guardò intorno, il pericolo era passato, ma aveva perso i suoi cani.
I lupi lo avevano attaccato in quella notte senza luna, lui aveva sciolto i cani e li avevi lasciati liberi di difendersi. I cani avevano attaccato i lupi, che spaventati da quell’improvviso assalto si erano ritirati inseguiti dai suoi dodici amici. Ormai era passato molto tempo, si alzò prese la sua spada e la appese dietro la schiena, indossò gli sci, prese le bacchette, si coprì il volto con la spessa sciarpa e si diresse verso “1.02/0.96/293” a nord-ovest. Il vento iniziò a soffiare, la solitudine gli mordeva il cuore, apparentemente le fate l’avevano abbandonato. «A volte capita ma bisogna avere fiducia» pensò e ascoltò il rumore delle punte delle bacchette a contatto del ghiaccio. Il lupo ululò nuovamente.

giovedì 1 ottobre 2009

L'idea e Roberto





L’idea nasce osservando quello che è intorno. Per un certo periodo della mia vita ho fatto il copy writer. Allora il mio amico Roberto ed io avevamo una piccola struttura di comunicazione, insomma studiavamo delle campagne pubblicitarie e delle promozioni per alcuni clienti. Stavamo bene insieme, facevamo tutto noi con l’aiuto di un giovane apprendista art director che sapeva usare il computer. Roberto non ne voleva sapere di usare computer , faceva dei piccolissimi lay out (5cmX10 cm) e li passava ad Alessandro che li rendeva leggibili. Quando non avevamo nessuna idea uscivamo dal nostro piccolo studio e andavamo a spasso per la città, senza meta o a volte dirigendoci verso un negozio particolare  spesso d’abbigliamento, sovente andavamo a vedere le scarpe, le camicie e le cravatte , in alternativa verso un bar, dove si poteva bere un aperitivo come si deve.
Le strade erano il nostro vero ufficio. Le case, i manifesti, la gente, gli oggetti esposti nelle vetrine, le cose che sentivamo dire, le musiche, i rumori, gli odori, i libri, i giornali, ed anche le giovani donne che incrociavamo potevano suggerirci qualche cosa. Parlavamo, ci dicevamo tutto quello che ci passava per la testa, in quei momenti eravamo veramente liberi. Una parola, un’immagine e avevamo trovato il seme dell’idea. L’idea si ruba, non nasce dal nulla e certamente non nasce guardando le pareti. Quando si è più liberi è il momento in cui qualsiasi segno si trasforma in un altro segno, qualsiasi nota in un’altra nota, qualsiasi parola in un’altra parola.



Nota: il copy writer è un signore che scrive i testi per la campagna pubblicitaria. L'art director è un signore che studia l'immagine, i lay out sono - come posso dire per farmi capire. E' tutta la vita che cerco di spiegare quello che ho fatto per la maggior parte della mia vita e tutte le volte mi perdo, tanto che mi sembra di non aver fatto mai nulla! - dei disegni appena accennati con cui viene "suggerita" una determinata immagine accompagnata dai testi scritti dal copy writer

Gli occhi della bimba de La Avana



Aveva lasciato il suo paese molti anni prima. Se n’era andato perché non sopportava più che i più marci restassero sempre in piedi. Non sopportava più che ladroni e ricattatori fossero chiamati imprenditori, e che la gente li giudicasse pregevoli e le meretrici fossero chiamate..............
Non sopportava la meschinità e la politica in ogni cosa. Non sopportava più la mediocrità della comunicazione, le liti inutili e false. Non sopportava più gli “opinion leader”, gli “anchorman” e i politici. Ricordava quello che gli diceva sua zia “più la merda la munta in scan, più la spusa e la fa dan”, era così!

Adesso girava per le strade de La Avana in sella alla sua cavalla.
Si guardò intorno e sentì le voci che gli dicevano «….e sei andato a Cuba?   Proprio a Cuba, dove…..» Lentamente rimontò in sella. Il sole era alto. Il suo alito puzzava d’alcool, la cavalla girò il collo disgustata e lo guardò con disprezzo come quella volta che era caduto di sella perché aveva bevuto troppo.
Quando lo guardava in quel modo, non la sopportava quella cavalla francese dei suoi corbelli. Comunque si sistemò il cappello e infilò i guanti che puzzavano di quell’odore penetrante di fieno, sudore, erba e altro. Prese le redini nelle dita e fece una leggera pressione con il pollice, Viki si mosse, lentamente molto lentamente. Era per quell’andatura che lui la amava, forse era troppo tozza e bassa, non era un bel cavallo ma per lui significava libertà. Lei e lui, insieme, erano perfetti. Entrambi non sapevano assolutamente dove andare, ma erano liberi. Lei non era mai stata capace di saltare, le piaceva solo stuzzicare foglie qui e la. Lui non era mai riuscito a fare bene una cosa, tante idee ma pochi risultati. Quando ci pensava era colto dalla nausea, la sensazione arrivava dal profondo dello stomaco, ma solo la mente era responsabile. Lui e lei stavano bene insieme, ogni tanto le dava un pugno sulla testa perché si addormentava e non voleva più passare al trotto, allora lei si voltava a guardarlo con quell’espressione che voleva dire “ma sei proprio scemo, che cosa vuoi da me, se non sai nemmeno perché siamo qui! E’ meglio andare adagio, non pensi!”.
Lei quando andava al trotto sembrava una signora di mezza età con il sedere troppo grande per sculettare, ma lui non l’avrebbe mai abbandonata.
Girarono per la città tra le macchine sgangherate e rattoppate senza sapere che direzione prendere. Si addormentò e per poco non cadde di sella perché Viki aveva scartato di lato, si era spaventata per il rumore di un sidecar. Lui guardò il mezzo e vide i Cooder, Ry e Joachim sfrecciare via. Benedetti loro, chissà dove stavano correndo, forse a incidere un nuovo brano, chissà!
Smontò da cavallo. La bambina lo guardò stupita con i suoi enormi occhi neri. La bambina poteva vederli ma l’uomo e la sua cavalla sarebbero rimasti un fotogramma nella sua piccola mente, un nulla.