martedì 22 settembre 2009

Il Principe dalle Sette Lame




Questa estate ho raccontato una favola a un mio piccolo amico e a mia figlia. Stavamo camminando lungo la spiaggia, il sole era al tramonto e ci stavamo dirigendo verso un ristorante.
I bambini avevano fame e così iniziai a raccontare una storia per distrarli «Tanti, tanti anni fa, in un paese ormai dimenticato c’era un principe chiamato TajJaiMaii, detto Guerrierodallesettelame.
TajJaiMaii era alto, sottile e forte. La sua carnagione era delicatamente ambrata e liscia, i suoi occhi scuri e penetranti. Era sempre vestito di seta rossa, striata di sottili venature d’oro. Non portava armature e non indossava calzature. Sette foderi di madreperla, intarsiati con immagini e figure che raccontavano la storia del mondo, erano ben visibili. I foderi contenevano le sette lame che lo distinguevano da tutti i principi e i guerrieri della terra. Le impugnature delle sette lame erano ricoperte di strisce di cuoio nero incrociate e intrecciate con strisce di seta rossa. Le guardie erano nere intarsiate d’argento e raccontavano episodi della creazione del mondo. TajJaiMaii portava sei delle sue armi fissate alla schiena e una al fianco. Due impugnature spuntavano da sopra le sue spalle, mentre quattro custodie formavano una X dietro il dorso e le loro impugnature spuntavano ai due lati del suo corpo. La settima spada pendeva al suo fianco destro, attaccata a un cinturone nero fermato da una fibbia di giada.
In testa il principe aveva un elmo d’oro sul quale era avvolta una striscia di seta rossa che alla fine formava un drago rosso. Quando il principe galoppava, il drago si animava nel vento. Il Guerrierodallesettelame montava un grande, meraviglioso cavallo nero che misurava sette metri al garrese. Il principe TajJaiMaii non aveva un esercito, non aveva un castello, non aveva un regno, era solo e libero.
Se qualcuno voleva nuocergli o si proponeva di fermarlo o peggio ancora aveva intenzione di ucciderlo, lui estraeva le sue lame, una alla volta, lentamente, e le faceva roteare nell’aria. I nemici si spaventavano di fronte a quell’incredibile dimostrazione di abilità e, solitamente, fuggivano. Quale sorte toccasse ai più temerari o irresponsabili, lo vedremo più avanti.
Un giorno il principe era seduto sulla sabbia di una bellissima spiaggia a sud ovest del mondo e stava osservando le onde dell’oceano a un tratto sentì uno sguardo alle sue spalle. Si voltò e tra i raggi del sole vide una bellissima principessa avvolta in un abito bianco come la schiuma del mare e leggero come l’alito del vento del sud.
Il principe si alzò, ma la fanciulla gli fece cenno di fermarsi e disse «Principe TajJaiMaii, quella che vedi è solo la mia immagine. Mio padre il Sole ha voluto che parlassi con te e ti raccontassi la mia storia. Mi chiamo KajeJajMali, che significa figlia del Sole e della Libertà. Sono prigioniera dei grandi eserciti dei Regni della Porta. Tu solo puoi liberarmi perché possiedi solo te stesso e conosci la via alternativa. Per farlo dovrai sconfiggere i tre eserciti. Il primo è forte di mille guerrieri, il secondo di diecimila e il terzo di centomila, tutti a cavallo e perfettamente addestrati. Le loro bandiere non sono mai state sconfitte e la loro potenza e ferocia è conosciuta in tutto il mondo» Così detto, l’immagine scomparve e il principe si ritrovò solo.
Mai TajJaiMaii aveva visto una fanciulla così bella, né mai il suo vagare, era stato distratto, ma questa volta s’innamorò e nulla l’avrebbe fermato, così balzò a cavallo leggero come una farfalla su un fiore e partì al galoppo verso Nord. Chi ebbe la fortuna di vederlo passare ricorda solo delle ali rosse macchiate d’oro e un profumo di gelsomino.
Galoppò per sessanta giorni senza arrestarsi. Il sessantunesimo giorno passò al trotto, il sessantaduesimo al passo e infine si fermò su una collina verde. Scese da cavallo e si sedette con le gambe incrociate. Tutto intorno era silenzio, l’erba alta si muoveva lentamente e ritmicamente spinta da un vento leggero. Arrivò la notte e il guerriero continuò a guardare verso nord. Quando giunse il giorno mille guerrieri aspettavano nella valle. TajJaiMaii lentamente si alzò, pose il piede nella staffa e montò a cavallo.
Un leggero tremito mosse le fila dei 1000 guerrieri. Sembrò che quegli uomini, ben armati esitassero, poi improvvisamente, partirono al galoppo urlando. Il Guerrierodallesettelame attese qualche minuto, poi estrasse la spada al suo fianco, una sola lama, si alzò sulle staffe e così eretto partì al galoppo.
Il suo cavallo volava giù dal pendio della collina e la spada ruotava nell’aria senza che la mano che la teneva salda si potesse vedere.
TajJaiMaii passò più volte tra le fila dei suoi nemici e poi ci fu solo silenzio, solo i cavalli erano rimasti in piedi, in terra giacevano i mille guerrieri. Il vento iniziò a soffiare più forte e a un tratto i mille guerrieri si alzarono, lasciarono cadere a terra le armi, si tolsero le armature e gli abiti e vestiti di pochi stracci iniziarono a cantare inni di lode al creatore e a mangiare bacche e locuste. I mille asceti si allontanarono verso sud. Da quel giorno 1000 santoni popolarono il mondo e ognuno di loro portò gioia e benessere nei villaggi.
Il Guerrierodallesettelame partì al galoppo e sparì all’orizzonte. Cavalcò per centoventi giorni, a un tratto sentì un rombo come di tuono e davanti a lui comparve l’esercito dei diecimila guerrieri. Subito TajJaiMaii estrasse due spade e iniziò a farle ruotare nell’aria. Poi, come un lampo, partì al galoppo.
Giunto vicino all’impatto con l’esercito nemico, TajJaiMaii estrasse altre due spade. Le quattro lame ruotavano nell’aria come clavette di un giocoliere, ma molto più velocemente e, soprattutto, in modo imprevedibile. Le bandiere del grande esercito sventolavano al vento, poi si sentì un urlo sovrumano, feroce. Le quattro lame volavano nell’aria e a un tratto non si videro più. Tutto era fermo, immoto e a terra giacevano 10000 uomini senza più vita. In mezzo a questo drammatico paesaggio spiccava un cavallo nero, immenso, con in sella un cavaliere rosso, impassibile. Il cielo era scuro, pieno di nuvole nere. Cadde la pioggia per due giorni e due notti. Quando tornò il sereno nella vallata camminavano diecimila monaci vestiti di stracci, che cantavano la loro gioia di esistere. Solo allora TajJaiMaii si mosse e al trotto riprese il suo viaggio verso nord e poi partì al galoppo. Di quella battaglia e di quell’enorme disfatta non restò ricordo. Una cosa è certa, da quel giorno il mondo ebbe 10000 uomini savi che portarono gioia, speranza e amore nei villaggi.
Passarono altri duecento giorni, durante i quali il cavaliere purpureo galoppò instancabilmente per raggiungere i limiti del nord.
Quando TajJaiMaii giunse in vista di un gelido mare, si fermò. Fissò l’orizzonte per sette giorni e sette notti e infine vide avanzare un’enorme flotta scura di velieri. Le navi volavano su quelle acque grigie, manovrando tra punte d’iceberg spaventosi di cui era facile immaginare le forme taglienti immerse. Il vento soffiava gelido e prepotente, TajJaiMaii attese, in silenzio, il suo sguardo era sereno, la sua bocca aveva un sorriso rapito, i suoi abiti brillavano. Il suo cavallo sembrava più nero e più grande.
Le navi giunsero alla riva, le loro vele si avvolsero e le prue si spalancarono. Dalle viscere dei velieri sbarcarono i centomila guerrieri. Ognuno di loro aveva alle spalle gli emblemi sventolanti e i loro scudi non lasciavano nessuna speranza a chi avesse avuto la possibilità di vederli, ma c’era solo il principe TajJaiMaii, detto il Guerrierodallesettelame. L’esercito si schierò sulla terra bagnata dal mare. Centomila cavalieri, nelle loro armature dai mille scuri colori. Le lance in alto e gli scudi ben saldi, aspettavano. TajJaiMaii rimase fermo, guardava tutti quegli uomini negli occhi, a uno a uno e tutti sentirono il suo sguardo penetrare nel loro animo, tutti si domandarono «com’e possibile che io abbia paura di un uomo solo», un leggero fremito di terrore ghiacciò per un attimo i loro cuori, poi con un rombo assordante si lanciarono verso l’unica figura che li fronteggiava.
Quando i 100000 furono vicini a lui, molto vicini, TajJaiMaii estrasse, una a una, le sette lame.
Quello che nessuno è riuscito a vedere è difficile da narrare. Le zampe del cavallo si muovevano all’unisono con le braccia dell’uomo, erano un unico essere. L’abito di seta, rosso e d’oro sembrava un’armatura impenetrabile e accecava chi guardava in quella direzione. Le sette lame si muovevano così velocemente nelle mani del guerriero da diventare invisibili e quel movimento nel suo insieme produceva un suono incantevole. Mani e lame, a destra e a sinistra, sopra e sotto, in alto e di lato, sotto la pancia del cavallo, sopra la testa del cavaliere. Una lama volò in alto nel cielo sino a diventare un piccolo punto e tornò sulla terra in diagonale, per poi con un guizzo porsi in linea orizzontale e colpire la retroguardia dell’esercito nemico, diecimila guerrieri caddero a terra e così fu più terribile quando le lame, una dietro all’altra partirono verso il cielo. Il suono diventò un concerto e poi fu solo silenzio. I Centomila erano tutti a terra, solo i loro cavalli erano eretti vicino a loro, le briglie pendevano immobili e gli stendardi erano conficcati nel terreno e non sventolavano più. Al centro, fermo, impassibile, stava TajJaiMaii. Passarono tre giorni, il sole divenne più caldo e il mare più azzurro. I velieri fermi nella rada chiusero le loro prue, sciolsero le vele e sparirono per sempre all’orizzonte.
A uno a uno i guerrieri dell’esercito dei 100000 si alzarono, tolsero i finimenti e le selle ai loro cavalli e li lasciarono liberi. Poi si tolsero le armature, abbandonarono a terre le armi, si tolsero gli abiti e coperti solo dei loro più intimi stracci, iniziarono a cantare lodi al creatore e si dispersero in tutte le direzioni. Da quel giorno la terra gioì dei canti e delle buone parole di 100000 uomini santi. Quella fu l’ultima battaglia di cui si ha ricordo. Il principe TajJaiMaii non aveva più nulla da fare, girò il suo cavallo e al galoppo sparì verso sud nel sogno di KajeJajMali, figlia del Sole e della Libertà».
La foto è di Donatella Cungi

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