lunedì 28 settembre 2009

Cigarbeatman

Finalmente ieri, grazie all’amica Valentina Crepax, sono riuscito a entrare in contatto telefonico con il famoso batterista dell’indimenticabile, impareggiabile, band milanese dei “The Noi”. Subito Gigi Zazzeri, questo è il suo nome, mi ha redarguito dicendomi che il nome della band non prevede articolo, né in inglese né in italiano. E’ proprio così, ma sono molti quelli che la ricordano con l’articolo inglese, d’altra parte allora tutte le band erano “The”.  Comunque, quello che conta e che sono riuscito ad avere la promessa per una prossima futura intervista con lui. Sarà un avvenimento da non perdere, finalmente dopo anni di silenzio potremmo sapere dove si è nascosto sino a ora questo grande batterista, che il suo amico Ringo Starr chiamava “Cigarbeatman” perché solitamente suonava con un sigaro in bocca.

giovedì 24 settembre 2009

Intervista a Carlangelo Tosi Storico d'Iconogafia




Lunedì della scorsa settimana ho incontrato, al noto Bar Magenta di Milano, un famoso storico milanese. Ho subito colto l’occasione per chiedergli un’intervista, molto gentilmente si è reso disponibile. Così, non avendo il bar un posto dove potersi sedere, abbiamo deciso di fare due passi e ci siamo diretti verso il bar pasticceria San Carlo.

«Sono i miei bar preferiti, più propriamente luoghi, dove si possono bere ottimi caffè e, verso sera, degli eccellenti aperitivi ben presentati» così dicendo il mio intervistato è uscito dal locale ed io dietro di lui. Indossava un abito di lino bianco e ai piedi aveva un paio di scarpe da tennis, con i suoi capelli arruffati e i baffi bianchi, più che a un luminare assomigliava a un musicista perso in una città troppo grande per lui e questo, in un certo senso, non è molto lontano dal vero. Camminava con un passo leggermente claudicante, sapevo che la cosa che lo irritava di più era chiedergli il perché e il come mai. Si racconta nell’ambiente giornalistico che una volta aveva risposto in malo modo a un suo collega dicendogli che non doveva occuparsi di cose che non lo riguardavano e che tutto era dovuta a una ferita di guerra!

Carlangelo Tosi è un famoso esperto di storia dell’iconografia, «è così vero? Lei è un famoso storico dell’iconografia!» ho chiesto al personaggio «Oh, storico, parole grosse, ormai tutti sono storici, anche se hanno una semplice laurea in economia e commercio. Preferisco definirmi conoscitore in immagini iconografiche, trovo sia più corretto e meno presuntuoso. Lei cosa ne pensa?» «Come preferisce, comunque ho letto alcuni dei suoi lavori e li ho trovati veramente interessanti, in particolare il testo “Il Vicino Oriente nell’iconografia delle riviste periodiche illustrate italiane dal 1875 al 1914”. «Lei mi lusinga, è un lavoro così poco conosciuto!» mi ha risposto sorpreso.

Così chiacchierando piacevolmente ho avuto la possibilità di intervistare per la seconda volta questo personaggio eclettico. Infatti, probabilmente vi ricorderete dell’intervista che sono riuscito a carpire alcuni mesi fa a due dei mitici “The Noi”. Se non la ricordate o non l’avete letta potete trovarla sotto l’etichetta “musica” e scoprirete una delle molteplici facce di questo incredibile personaggio.

«Mi piacerebbe che lei mi parlasse delle immagini» ho chiesto «tema complesso» mi ha risposto «cercherò di essere il più possibile conciso e chiaro, certo l’argomento richiederebbe molto, molto più tempo. Comunque l’immagine è il frutto di un pensiero ed è il risultato di un soggetto che in un determinato momento intende “fissare” una determinata situazione e sensazione, utilizzando un determinato supporto». «Che cosa intende per supporto» «ottima domanda! I supporti possono essere i più vari. Si parte dai fogli da disegno, ma si può andare anche più indietro sino ad arrivare alle pareti di una grotta, per passare alla tela per la pittura a olio e così via. Si può parlare, poi, della pellicola fotografica e cinematografica o alle più attuali schede di memoria, per finire con il disco rigido o esterno del computer. Dimenticavo la potentissima telecamera. Insomma un’infinità di possibilità, in pratica stiamo parlando di tutto quello che può diventare immagine e guardato da tutti» «Ora mi è più chiaro, sono molto curioso e la prego di proseguire» «Le illustrazioni e le fotografie, i due ambiti in cui mi sento minimamente più ferrato...» «sempre modesto lei!» «Al contrario, sapere poche cose, diversamente da quanto si pensa, è secondo me indice di superba intelligenza». Dopo questa mia interruzione non ho osato più fermare il mio interlocutore.

«Stavo dicendo che le illustrazioni e le fotografie sono interpretazioni di un fatto, l’attimo è colto dall’autore in velocità e arricchito da impressioni, sensazioni, esperienze e conoscenze. Per questo motivo, cogliere tutti gli aspetti di un’immagine richiede molta attenzione, ad esempio i particolari possono essere più importanti della figura nel suo complesso. Non bisogna mai dimenticare che le immagini possono contenere messaggi molto articolati. Soprattutto le immagini sono analogie e, in quanto tali, sono strumenti malleabili». Qui, devo confessarvi, mi sono completamente perso e nel frattempo eravamo arrivati alla Pasticceria San Carlo e si era fatta l’ora giusta per l’aperitivo. Entrati nel locale, ci siamo accomodati a un tavolino nell’accogliente saletta, forse un po’ pretenziosa, ma indubbiamente insolita. A quel punto non ho potuto non chiedere al nostro importante esperto perché le immagini fossero analogie e perché malleabili. «Altra ottima domanda. Le confesso che spesso la gente mi chiede spiegazioni su questi argomenti che tendo a dare per assodati. Dove eravamo rimasti, a si! La complessa articolazione di un’immagine può contenere dei messaggi altri o nascosti, per questo è malleabile, perché è facile per chi è esperto utilizzarla. Il Cenacolo di Leonardo si può guardare senza porsi grandi domande e goderne semplicemente, ma se ci si pone la domanda cosa si voleva comunicare ai tempi e cosa aveva chiesto il committente a Leonardo e come Leonardo aveva interpretato quanto era stato a lui commissionato, ci si perde in un intreccio di significati e obiettivi infiniti. L’immagine somiglia a ciò che rappresenta, è un’analogia. Utilizzando abilmente questa somiglianza, è possibile influenzare l’immaginazione, la fantasia ed anche i pregiudizi di chi guarda. Inoltre non bisogna dimenticare la stretta relazione che esiste tra immagine e testo o descrizione parlata che può aumentare considerevolmente le potenzialità di entrambi e sconvolgere la realtà di quello che si guarda. Insomma l’analogia e la malleabilità possono fare in modo che le immagini contengano dei messaggi a volte percepibili e altre nascosti, all’estremo dei quali si possono trovare quelli che oggi chiamiamo messaggi subliminali, cioè informazioni che l’individuo potrebbe assimilare a livello inconscio.

Capisco che quest’argomento è complesso e che può far nascere ampie discussioni, ma proprio per questo è interessante. In ogni caso si può sostenere che qualsiasi immagine, dalla più semplice alla più complessa, contiene sempre qualche cosa che va oltre alla più immediata percezione. A volte è l’autore che l’ha cercato e voluto, può essere per esempio l’espressione più intima della sua arte. Altre volte, invece, i contenuti nascosti sono finalizzati a un determinato scopo. In questi casi la somiglianza con la realtà può essere alterata in eccesso o in difetto. Quando si guarda un’immagine, in un certo senso bisogna prendere le distanze e guardarla senza farsi coinvolgere, come leggere le note di una sinfonia prima di ascoltarla o eseguirla, proprio cercando di capire quello che un’immagine è, quello che racconta e soprattutto come lo racconta». A questo punto l’aperitivo era arrivato sul nostro tavolo insieme a degli ineguagliabili stuzzichini e ci dedicammo a loro. Ancora una volta questo personaggio mi aveva sorpreso perché, al di là dei suoi colti discorsi, mi aveva fatto scoprire i segreti di una città. Percorrendo a piedi le sue strade è possibile trovare luoghi dove gustare il piacere della compagnia, di un buon caffè e di un aperitivo indimenticabile. Milano c’è! A voi cercarla.

Qualche giorno dopo ricevetti un piccolo plico contenente un libro “Introduzione all’analisi dell’immagine” di Martine Joly, nel biglietto che lo accompagnava, era scritto “Caro Lodovico, ho saputo che Lei ha iniziato un nuovo lavoro dedicato al fotografo Fred Iltis, penso che quest’opera possa esserLe di grande aiuto. Cari saluti” firmato Carlangelo Tosi.

La foto è l'unica che sono riuscito a farmi mandare dall'interessato.

martedì 22 settembre 2009

Il Principe dalle Sette Lame




Questa estate ho raccontato una favola a un mio piccolo amico e a mia figlia. Stavamo camminando lungo la spiaggia, il sole era al tramonto e ci stavamo dirigendo verso un ristorante.
I bambini avevano fame e così iniziai a raccontare una storia per distrarli «Tanti, tanti anni fa, in un paese ormai dimenticato c’era un principe chiamato TajJaiMaii, detto Guerrierodallesettelame.
TajJaiMaii era alto, sottile e forte. La sua carnagione era delicatamente ambrata e liscia, i suoi occhi scuri e penetranti. Era sempre vestito di seta rossa, striata di sottili venature d’oro. Non portava armature e non indossava calzature. Sette foderi di madreperla, intarsiati con immagini e figure che raccontavano la storia del mondo, erano ben visibili. I foderi contenevano le sette lame che lo distinguevano da tutti i principi e i guerrieri della terra. Le impugnature delle sette lame erano ricoperte di strisce di cuoio nero incrociate e intrecciate con strisce di seta rossa. Le guardie erano nere intarsiate d’argento e raccontavano episodi della creazione del mondo. TajJaiMaii portava sei delle sue armi fissate alla schiena e una al fianco. Due impugnature spuntavano da sopra le sue spalle, mentre quattro custodie formavano una X dietro il dorso e le loro impugnature spuntavano ai due lati del suo corpo. La settima spada pendeva al suo fianco destro, attaccata a un cinturone nero fermato da una fibbia di giada.
In testa il principe aveva un elmo d’oro sul quale era avvolta una striscia di seta rossa che alla fine formava un drago rosso. Quando il principe galoppava, il drago si animava nel vento. Il Guerrierodallesettelame montava un grande, meraviglioso cavallo nero che misurava sette metri al garrese. Il principe TajJaiMaii non aveva un esercito, non aveva un castello, non aveva un regno, era solo e libero.
Se qualcuno voleva nuocergli o si proponeva di fermarlo o peggio ancora aveva intenzione di ucciderlo, lui estraeva le sue lame, una alla volta, lentamente, e le faceva roteare nell’aria. I nemici si spaventavano di fronte a quell’incredibile dimostrazione di abilità e, solitamente, fuggivano. Quale sorte toccasse ai più temerari o irresponsabili, lo vedremo più avanti.
Un giorno il principe era seduto sulla sabbia di una bellissima spiaggia a sud ovest del mondo e stava osservando le onde dell’oceano a un tratto sentì uno sguardo alle sue spalle. Si voltò e tra i raggi del sole vide una bellissima principessa avvolta in un abito bianco come la schiuma del mare e leggero come l’alito del vento del sud.
Il principe si alzò, ma la fanciulla gli fece cenno di fermarsi e disse «Principe TajJaiMaii, quella che vedi è solo la mia immagine. Mio padre il Sole ha voluto che parlassi con te e ti raccontassi la mia storia. Mi chiamo KajeJajMali, che significa figlia del Sole e della Libertà. Sono prigioniera dei grandi eserciti dei Regni della Porta. Tu solo puoi liberarmi perché possiedi solo te stesso e conosci la via alternativa. Per farlo dovrai sconfiggere i tre eserciti. Il primo è forte di mille guerrieri, il secondo di diecimila e il terzo di centomila, tutti a cavallo e perfettamente addestrati. Le loro bandiere non sono mai state sconfitte e la loro potenza e ferocia è conosciuta in tutto il mondo» Così detto, l’immagine scomparve e il principe si ritrovò solo.
Mai TajJaiMaii aveva visto una fanciulla così bella, né mai il suo vagare, era stato distratto, ma questa volta s’innamorò e nulla l’avrebbe fermato, così balzò a cavallo leggero come una farfalla su un fiore e partì al galoppo verso Nord. Chi ebbe la fortuna di vederlo passare ricorda solo delle ali rosse macchiate d’oro e un profumo di gelsomino.
Galoppò per sessanta giorni senza arrestarsi. Il sessantunesimo giorno passò al trotto, il sessantaduesimo al passo e infine si fermò su una collina verde. Scese da cavallo e si sedette con le gambe incrociate. Tutto intorno era silenzio, l’erba alta si muoveva lentamente e ritmicamente spinta da un vento leggero. Arrivò la notte e il guerriero continuò a guardare verso nord. Quando giunse il giorno mille guerrieri aspettavano nella valle. TajJaiMaii lentamente si alzò, pose il piede nella staffa e montò a cavallo.
Un leggero tremito mosse le fila dei 1000 guerrieri. Sembrò che quegli uomini, ben armati esitassero, poi improvvisamente, partirono al galoppo urlando. Il Guerrierodallesettelame attese qualche minuto, poi estrasse la spada al suo fianco, una sola lama, si alzò sulle staffe e così eretto partì al galoppo.
Il suo cavallo volava giù dal pendio della collina e la spada ruotava nell’aria senza che la mano che la teneva salda si potesse vedere.
TajJaiMaii passò più volte tra le fila dei suoi nemici e poi ci fu solo silenzio, solo i cavalli erano rimasti in piedi, in terra giacevano i mille guerrieri. Il vento iniziò a soffiare più forte e a un tratto i mille guerrieri si alzarono, lasciarono cadere a terra le armi, si tolsero le armature e gli abiti e vestiti di pochi stracci iniziarono a cantare inni di lode al creatore e a mangiare bacche e locuste. I mille asceti si allontanarono verso sud. Da quel giorno 1000 santoni popolarono il mondo e ognuno di loro portò gioia e benessere nei villaggi.
Il Guerrierodallesettelame partì al galoppo e sparì all’orizzonte. Cavalcò per centoventi giorni, a un tratto sentì un rombo come di tuono e davanti a lui comparve l’esercito dei diecimila guerrieri. Subito TajJaiMaii estrasse due spade e iniziò a farle ruotare nell’aria. Poi, come un lampo, partì al galoppo.
Giunto vicino all’impatto con l’esercito nemico, TajJaiMaii estrasse altre due spade. Le quattro lame ruotavano nell’aria come clavette di un giocoliere, ma molto più velocemente e, soprattutto, in modo imprevedibile. Le bandiere del grande esercito sventolavano al vento, poi si sentì un urlo sovrumano, feroce. Le quattro lame volavano nell’aria e a un tratto non si videro più. Tutto era fermo, immoto e a terra giacevano 10000 uomini senza più vita. In mezzo a questo drammatico paesaggio spiccava un cavallo nero, immenso, con in sella un cavaliere rosso, impassibile. Il cielo era scuro, pieno di nuvole nere. Cadde la pioggia per due giorni e due notti. Quando tornò il sereno nella vallata camminavano diecimila monaci vestiti di stracci, che cantavano la loro gioia di esistere. Solo allora TajJaiMaii si mosse e al trotto riprese il suo viaggio verso nord e poi partì al galoppo. Di quella battaglia e di quell’enorme disfatta non restò ricordo. Una cosa è certa, da quel giorno il mondo ebbe 10000 uomini savi che portarono gioia, speranza e amore nei villaggi.
Passarono altri duecento giorni, durante i quali il cavaliere purpureo galoppò instancabilmente per raggiungere i limiti del nord.
Quando TajJaiMaii giunse in vista di un gelido mare, si fermò. Fissò l’orizzonte per sette giorni e sette notti e infine vide avanzare un’enorme flotta scura di velieri. Le navi volavano su quelle acque grigie, manovrando tra punte d’iceberg spaventosi di cui era facile immaginare le forme taglienti immerse. Il vento soffiava gelido e prepotente, TajJaiMaii attese, in silenzio, il suo sguardo era sereno, la sua bocca aveva un sorriso rapito, i suoi abiti brillavano. Il suo cavallo sembrava più nero e più grande.
Le navi giunsero alla riva, le loro vele si avvolsero e le prue si spalancarono. Dalle viscere dei velieri sbarcarono i centomila guerrieri. Ognuno di loro aveva alle spalle gli emblemi sventolanti e i loro scudi non lasciavano nessuna speranza a chi avesse avuto la possibilità di vederli, ma c’era solo il principe TajJaiMaii, detto il Guerrierodallesettelame. L’esercito si schierò sulla terra bagnata dal mare. Centomila cavalieri, nelle loro armature dai mille scuri colori. Le lance in alto e gli scudi ben saldi, aspettavano. TajJaiMaii rimase fermo, guardava tutti quegli uomini negli occhi, a uno a uno e tutti sentirono il suo sguardo penetrare nel loro animo, tutti si domandarono «com’e possibile che io abbia paura di un uomo solo», un leggero fremito di terrore ghiacciò per un attimo i loro cuori, poi con un rombo assordante si lanciarono verso l’unica figura che li fronteggiava.
Quando i 100000 furono vicini a lui, molto vicini, TajJaiMaii estrasse, una a una, le sette lame.
Quello che nessuno è riuscito a vedere è difficile da narrare. Le zampe del cavallo si muovevano all’unisono con le braccia dell’uomo, erano un unico essere. L’abito di seta, rosso e d’oro sembrava un’armatura impenetrabile e accecava chi guardava in quella direzione. Le sette lame si muovevano così velocemente nelle mani del guerriero da diventare invisibili e quel movimento nel suo insieme produceva un suono incantevole. Mani e lame, a destra e a sinistra, sopra e sotto, in alto e di lato, sotto la pancia del cavallo, sopra la testa del cavaliere. Una lama volò in alto nel cielo sino a diventare un piccolo punto e tornò sulla terra in diagonale, per poi con un guizzo porsi in linea orizzontale e colpire la retroguardia dell’esercito nemico, diecimila guerrieri caddero a terra e così fu più terribile quando le lame, una dietro all’altra partirono verso il cielo. Il suono diventò un concerto e poi fu solo silenzio. I Centomila erano tutti a terra, solo i loro cavalli erano eretti vicino a loro, le briglie pendevano immobili e gli stendardi erano conficcati nel terreno e non sventolavano più. Al centro, fermo, impassibile, stava TajJaiMaii. Passarono tre giorni, il sole divenne più caldo e il mare più azzurro. I velieri fermi nella rada chiusero le loro prue, sciolsero le vele e sparirono per sempre all’orizzonte.
A uno a uno i guerrieri dell’esercito dei 100000 si alzarono, tolsero i finimenti e le selle ai loro cavalli e li lasciarono liberi. Poi si tolsero le armature, abbandonarono a terre le armi, si tolsero gli abiti e coperti solo dei loro più intimi stracci, iniziarono a cantare lodi al creatore e si dispersero in tutte le direzioni. Da quel giorno la terra gioì dei canti e delle buone parole di 100000 uomini santi. Quella fu l’ultima battaglia di cui si ha ricordo. Il principe TajJaiMaii non aveva più nulla da fare, girò il suo cavallo e al galoppo sparì verso sud nel sogno di KajeJajMali, figlia del Sole e della Libertà».
La foto è di Donatella Cungi

lunedì 21 settembre 2009

Fred Iltis, fotografo

A me piacciono i fotografi. Professionisti e “viaggiatori”. Spesso una fotografia mi suggerisce viaggi mai fatti, favole, musiche, leggende e storie. Secondo me le foto appartengono profondamente a chi le ha realizzate, noi dobbiamo trovarci quello che possono raccontarci. Nessuna storia al mondo, raccontata, disegnata, scritta, fotografata, filmata, suonata nasce dal nulla e se non rimane chiusa in un archivio, è destinata a vivere per sempre nel futuro. Ogni storia aprirà la strada ad altre storie e così non si perderà mai.

Fred Iltis ha raccontato le sue storie ed è bello oggi sapere che alcuni suoi amici hanno voluto dare loro un futuro.

Per approfondire l’argomento è possibile visitare il sito http://www.frediltis.com/
Per scambiarsi opinioni su Fred e parlare di fotografia in generale visitate il nuovo blog: http://www.frediltis.blogspot.com/

Muse - Uprising - (not so much) Live@Quelli che... + interview "Lo sapeva Simona Ventura?"

Ma si è accorta Simona Ventura che ha intervistato il batterista dei Muse? Tutta la formazione dei Muse è distorta. Il bassista e cantante è nella realtà il batterista del gruppo, chi è alla tastiera/chitarra è il bassista ed infine Matthew James Bellamy che è alla batteria è il lead singer e suona chitarra e piano nel gruppo.
Complimenti ai Muse

giovedì 17 settembre 2009

Che significa vicinanza alle famiglie?


Sono addolorato per le vite umane perse, sono addolorato per le famiglie che hanno perso i loro cari. Sono addolorato per quello che è dichiarato. Sono offeso come cittadino. Sono mortificato per la mia impotenza, e infine mi scuso per chi si sentirà offeso per quanto ho scritto qui di seguito.


Scegliere di fare il soldato volontario significa porsi nella condizione di uccidere e di essere ucciso. Questa scelta, a volte è fatta per “vocazione”, altre perché non c'è altra possibilità. In ogni caso la morte di ogni soldato è responsabilità di chi governa - termine da me inteso come governo in senso stretto e opposizione - e in tal senso responsabilità di tutti noi, che non vogliamo capire il senso profondo della parola “vita”. Personalmente mi dissocio dal comune modo di pensare perché non condivido la guerra, qualunque essa sia. Soprattutto non posso pensare, nemmeno lontanamente, che la democrazia debba essere imposta con l’uso delle armi, per di più in casa altrui. Se fosse così la democrazia sarebbe simile alla più truce delle dittature. Penso invece e ne sono più che convinto, che la democrazia si costruisce con l'amore, il rispetto, la condivisione e soprattutto con il rispetto della vita altrui e della nostra.

Jaco Pastorius bass Solo at Live under the sky 1984

Questo assolo solleva il mio spirito!
Onore a Jaco

mercoledì 16 settembre 2009

Dove vanno a finire gli account se non sfuggono di mano ai direttori generali?


Fare il pubblicitario e in particolare l’account, non è cosa semplice, anche perché non si sa cosa faccia un account e badate bene non lo sa neppure lui. Tutta la vita se lo domanderà, anche quando sarà in pensione, forzata o meno.
La mattina l’account si alza, si guarda allo specchio e si domanda «per quanto tempo potrò fare ancora questo mestiere? Dopo cosa farò?». L’uomo abbandona questo drammatico pensiero e mentre si rade, pensa a un altro dilemma, altrettanto oscuro e cioè a come può presentare una campagna. Cosa che non dovrebbe accadere, ma spesso le proposte per una campagna pubblicitaria sono impresentabili.
Contrariamente a quanto è usualmente detto, da chi non sa, l’account non vende fumo, ma pessima creatività. Qualcuno potrà domandarsi, allora come fa, l’account, a vendere campagne pubblicitarie in cui non crede? Semplice, convincendosi che siano le più belle campagne che siano mai state fatte al mondo! La mattina, però, è dura, molto dura! In particolare quando non si è dormito per tutta la notte cercando di trovare il metodo di auto convincimento.
Quando un account è giovane, è contento di lavorare in pubblicità, un mondo che crede magico, la cosa che gli piace di più è vestirsi. Infatti, per lui è, e deve essere la cosa principale. E’ molto importante vestirsi bene, alla moda, per esempio con un bell’abito rigato. Le cravatte poi sono fondamentali, guai se un account non ha la cravatta! Le migliori sono quelle di Marinella.
Gli anni passano, i vestiti sono sempre nuovi, le cravatte sempre più ricercate, ma l’account è sempre più stanco. Stanco di gestire la gente all’interno dell’agenzia, stanco di creativi che contestano, che prendono tempo, che non vogliono capire che lui non è un nemico. Stanco di cercare il modo più adatto per interloquire con tutti. Stanco di lottare per salire di grado, stanco di sopportare direttori creativi prepotenti e superbi. Stanco di sopportare una direzione generale che non si capisce come faccia a essere direzione generale. Soprattutto non sopporta più di girare per i corridoi rincorrendo la time-table. E infine, non regge più i clienti che non capiscono nulla, che fanno obiezioni solo per il gusto di farle, che spesso pensano solo a non rischiare il………………
L’account fa la sua carriera e finalmente diventa account director, cosa vuol dire? Non lo sa! Anche perché non dirige nulla e nessuno, però è contento perché è diventato dirigente. Tutto resta uguale a prima, per qualche anno guadagna un po’ di più, forse gli passano un’auto. Verso i cinquant’anni lo chiamano e lo licenziano. Tutti quegli account che non entrano nei consigli di amministrazione lo sanno. I più furbi si preparano. Alcuni curano con particolare attenzione dei clienti, quelli più piccoli e non internazionali, con l’obiettivo di aprire, una volta usciti una loro piccola struttura (oggi questa strada è molto più difficile). Altri si preparano un’attività alternativa. Altri non sanno e non sapranno dove sbattere la testa.

Non sempre è così, ma spesso lo è!

Le fotografie di Mario Cucchi

Mario è un mio caro amico, oggi l’ho sentito telefonicamente per parlare di un mio progetto. Mario è un art director, un serio professionista senza tanti grilli per la testa e vi assicuro che è difficile trovarne tra i professionisti dell’advertising.
Mario ha una grande passione per la fotografia. Nelle immagini il mio amico libera la sua personale sensibilità che spesso la professione gli impedisce di far emergere. Finalmente una creatività libera, seria, utile e concreta si apre alla realtà e racconta un’umanità poco o per nulla toccata dai messaggi pubblicitari. Gente vera, segnata dal peso della vita, ma viva, anche se non avrà mai tutto quello che noi abbiamo.
Suggerisco ai miei lettori di andare a visitare il suo sito www.mariocucchi.com

martedì 15 settembre 2009

The Rolling Stones - Satisfaction - Per Mike Bongiorno

When I'm watchin' my TV
And Mike comes on to tell me

Il letto sulla spiaggia



......finalmente! Fece un bel respiro e iniziò a leggere " The acts of King Arthur and his noble knights".
Se poco nobile era stato; questo non era dovuto solo al caso, ma alla ricerca delusa e alla conseguente sconfitta. Aveva corso il rischio, aveva preso la decisione di correrlo, ben sapendo che le sue possibilità erano poche e aveva perso.
"Now it is your turn" said Sir Ector to Arthur.
"I will" said Arthur. And he drew the sword out easily.

Il trauma inverso

Il Cavaliere della Slitta inginocchiato guardò la sua immagine riflessa nel ghiaccio e pensò «a volte ci sono guaritori che son ben più ammalati dei loro pazienti. Hanno studiato per tanti anni e sono convinti di sapere tutto, sono pieni della loro scienza e non si accorgono più di quello che sono diventati. Il sapere s’è accumulato sopra il dolore, sopra le macerie e ora loro cosa possono fare? Fermarsi e ascoltare». L’Ombra si avvicinò alle sue spalle e gli appoggiò la lunga mano sulla spalla, il mantello del guerriero si tramutò in un’armatura di ghiaccio. Il freddo entrò in contatto con il freddo. L’Ombra ritrasse la sua mano, si voltò e sparì nella notte senza luna. Angelo corse e si mise al fianco del suo amico che a fatica si sollevò da terra. Il Cavaliere disse rivolgendosi al cane della taiga «gli uomini si divorano dal loro interno e le fate sono impotenti perché quel dolore è invisibile. I bambini invece sentono quel dolore e piccole lame entrano in loro. Nel dolore ci si distrugge, solo la ricerca del Sacro Graal può salvare». Angelo ululò e corse in testa alla slitta, il Cavaliere prese le redini e urlò «via…..andiamo». La slitta partì veloce nell’oscurità.

domenica 13 settembre 2009

Questa invece è più che buona comunicazione

Chi ha voglia può fare l'esercizio che ho suggerito per Manas, personalmente sono così entusiasta che mi astengo. Inoltre questi sono i biscotti che preferisco!

sabato 12 settembre 2009

Manas e o’ felé fa il to mesté


Ho sempre pensato che una campagna pubblicitaria debba rispondere almeno a tre semplici quesiti. Purtroppo molte ne sono mancanti, ma alcune passano i limiti, come questa riprodotta qui a fianco e allora ho cercato di trovarli rapidamente, chi vuole può suggerirne altri.

Promessa
La scarpa è così robusta che può essere utilizzata per dare un bel calcio nel………………. a chi lo merita (in questo caso sono molti).

Reason Why
Perché c’è un personaggio noto che dovrebbe limitarsi a fare il suo mestiere risparmiandoci i suoi troppi numerosi interventi, così come dice un famoso detto milanese “o’ felé fa il to mesté”.

Supporting Evidence
L’agenzia e i creativi (se esistono) dovrebbero imparare a fare il loro mestiere. Il Cliente dovrebbe cercare una buona agenzia o comunque farsi aiutare per cercare di realizzare delle campagne più corrette nei confronti dei consumatori (donne e uomini di tutte le età, liberi e rispettosi della libertà altrui).

mercoledì 9 settembre 2009

The Rolling Stones - Satisfaction (live) - Per Mike Bongiorno

When I'm watchin' my tv And Mike comes on to tell me

Per bacco! è sparito il video lo devo inserire più su.

When i'm watchin' my tv And Mike comes on to tell me

Penso si stiano dicendo e scrivendo troppe parole, molte inutili, su Mike. Sicuramente è mancato un professionista e un uomo che, forse, ha saputo prendere la vita da uno dei suoi lati migliori. Stimo le poche parole di Fiorello, lui che ha il merito di averlo riproposto. In ogni caso resta un vuoto, certo amplificato, ma simile a quel vuoto che molte persone, anche le più sconosciute, lasciano quando partono per il futuro.

martedì 8 settembre 2009

La Fortaleza di Sagres, un luogo incantato

Quando l’Infante Enrico istruiva i suoi capitani, si poneva al centro della grande rosa dei venti disegnata perfettamente nel piazzale della Fortaleza. Era capace di parlare per ore girando lo sguardo in tutte le direzioni. A Capo San Vinciente il vento era forte e a volte era difficile restare in piedi, si sentiva il mare battere violento contro la scogliera, ma lui, il Navigatore proseguiva con le istruzioni. Guardavo quell’uomo con profondo rispetto, era un piacere apprendere da lui i segreti del mare e dei venti che avrebbero gonfiato le vele delle nostre caravelle.
Così come non avrei mai dimenticato il tramonto del sole in quel luogo carico di magia e speranza. Il nostro futuro era tra le onde del mare in compagnia di delfini e gabbiani, ma in quell’ora tutti seguivamo l’Infante sulla punta estrema del Capo, dove si trovava la sua poltrona, giunti in quel punto estremo lui si sedeva e noi intorno a lui in silenzio, in piedi a osservare il Sole salutare la giornata passata.
Ricordo l’adrenalina corrermi nel sangue togliendomi il respiro, il giorno in cui il Navigatore mi diede il comando della nave. La caravella era immobile nel porto, ma fuori il vento era teso e a favore della rotta verso sud. La mattina mi ero alzato presto e avevo fatto l’ultimo bagno in quel mare che stavo per lasciare, mi ero fatto rotolare nella sabbia fine e poi mi ero lanciato in quelle acque fresche e rigeneranti, poi mi ero vestito ed ero andato al molo, dove mi aspettavano i compagni. Il corso era finito ed era ora di partire.