martedì 11 agosto 2009

La redazione è in vacanza!

La redazione è in vacanza! Aqiva è in giro con la sua moto e nessuno sa dove si è diretto. Io mi sono perso nella campagna toscana, il mio sguardo finalmente può scorrere e trovare ostacoli lontani su cui riposare. Buone vacanze a presto.

giovedì 6 agosto 2009

Il Cavaliere della Slitta, Re Artù e Thomas Green


«Chi sostiene che Re Artù non è mai esistito, si sbaglia. Caro Professor Thomas Green, Re Artù vive eterno e per sempre nel cuore dei suoi Cavalieri. Le Fate raccontano le sue imprese, gli gnomi, alti ed eterei, imparano a tirare con l’arco seguendo il suo magico manuale. I Maghi studiano il suo pensiero. I Maestri d’Armi insegnano quello da lui tramandato. L’ultimo dei Cavalieri della Tavola Rotonda racconta alle stelle le sue storie. Re Artù è nel cuore di tutte le fanciulle e i fanciulli che sanno sognare e nella fantasia degli uomini e delle donne dall’animo puro. Per loro è facile scorgerlo camminare nei boschi intorno al Castello di Camelot mentre discorre con il fido Lancillotto, Ginevra li segue poco discosta, soave e limpida come l’acqua di un fiume. A volte la ricerca della verità offusca la mente» così disse il Cavaliere della Slitta, inginocchiato, guardando in basso, oltre la lente del ghiaccio eterno. Angelo delicatamente con la sua bocca prese Excalibur e la portò al suo amico. Il Cavaliere la afferrò deciso, la alzò verso il gelido cielo, la spada s’illuminò e subito l’aria si riempì di canti. In alto Niniane distese il suo mantello e da tutti i punti cardinali giunsero le Fate, gli Gnomi sottili, i Maghi e tutti gli Esseri che Tutto Sanno. La Terrà tremò quando arrivò la schiera eterna dei Cavalieri della Tavola Rotonda e davanti a loro Ivano. Merlino dal suo cespuglio sorrise sereno e per un attimo tutte le nuvole d’odio sparirono dalla Terra. Poi tutto tornò come prima, il Cavaliere ripose la sua spada, spinse la sua slitta che con un balzo partì rapida trainata dai suoi dodici amici. «Addio Professor Green» urlò l’uomo della Slitta. Le affusolate mani di Niniane lo accarezzarono sulla testa e come il vento il veicolo dei ghiacci sparì nel blu della notte.

mercoledì 5 agosto 2009

Il salto dell'ostacolo


Uscì dal cimitero, si rimise il cappello in testa e saltò in sella a Vicky. Era stanco, anche quella giornata era passata. Molte giornate inutili erano passate, un’uguale all’altra. A volte alcune erano differenti dalle altre per i pensieri e gli atti poco sinceri. Aveva cercato di cambiare, ma tutto era stato inutile. Qualche cosa di storto gli frullava sempre nella testa. Aveva passato giornate, settimane, mesi, anni a litigare con se stesso e con gli altri. Quelli più vecchi lo infastidivano con i loro discorsi, quelli più giovani non gli andavano mai bene e gli amici lo avevano deluso. Vicky non sapeva dove andare, ma era normale, ogni tanto quell’ombra d’uomo stava seduto sulla sua groppa e non faceva nulla, guardava nel vuoto e basta, era sempre stato così da quando l’aveva conosciuto, era un pasticcione! Girarono intorno all’Avana senza meta, ma con una montagna di pensieri, di smarrimenti, di sensi di colpa verso tutti e verso tutto e pensare che avrebbe voluto fare il predicatore. Infondo sarebbe stato uno dei tanti, pieno di buoni propositi, di belle parole e altrettanti errori che annullavano il buono. Gli errori annullano i buoni risultati raggiunti e si rincomincia da capo, questa è la vita, diede due pacche sul collo a Vicky che lo guardò con il suo grande occhio sinistro, girando il possente collo. Questa cavalla pensò, mi prende sempre in giro, è l’unico cavallo che non ha mai saltato un ostacolo, ci gira intorno, non sono mai riuscito a farla saltare, nemmeno un’asta appoggiata a terra. Per fortuna che non abbiamo mai dovuto fuggire da qualcosa o da qualcuno. Aveva sete e lentamente prese la direzione per La Bodeguita del Medio. Quel posto era pieno di turisti ed era per quello che a volte poteva essere simpatico. Entrò nel locale e vide Massimo che parlava amabilmente con il proprietario. Che ci fa qui, pensò. Forse è scappato, ha fatto proprio bene. Si sedette in un angolo del bancone e lo guardò, ma lui non poteva vederlo. In quel momento, proprio quando il proprietario rispondeva al suo cliente con un’espressione arguta, Lino scattò la foto e riprese la schiena di Massimo, adesso tutti avrebbero saputo che anche lui amava Cuba! Si scolò con il pensiero un bicchierone di Mojto. Massimo si alzò, gli passò di fianco, sembrava molto soddisfatto e tornò da dove era venuto. Viva la Revolution! Viva Cuba!

Il gusto cattivo del sigaro



Cavalcò per tutto il giorno, il sigaro spento in bocca e si dimenticò di tornare da dove era venuto. Gli occhi storti del vecchio gli erano rimasti impressi e il suo sguardo gli aveva confuso la mente. Dove guardava quell’uomo? si domandò e continuò a muoversi per le strade dell’Avana finché giunse al cimitero. Scese da cavallo e il cappello gli cadde a terra. Guardò Vicky con uno sguardo divertito, lo raccolse lasciandogli scivolare sopra la polvere. La cavalla rispose al suo sguardo con disappunto.
Entrò nel cimitero e si mise a camminare tra le tombe. Il sigaro era sempre più umido tra le sue labbra e lasciava un cattivo sapore in bocca. Non gli era mai piaciuto fumare soprattutto sigari. Trovò un cestino dei rifiuti e lo gettò disgustato. Alzò lo sguardo e vide la vecchia venirgli incontro. Il silenzio metteva in risalto il suo passo strascicato. Si fermò a guardarla. Avrebbe voluto dirle molte cose, ma lei non avrebbe potuto sentirlo ed era meglio così. Infatti, quante parole prive di profondità aveva già ascoltato quella donna. Troppe parole, frasi di uomini che non si erano posti il problema di interpretare ciò che avevano sentito, letto, ascoltato e studiato. Parole di uomini che non avevano colto il valore profondo della parola “libertà”. Così quegli uomini convinti delle loro idee avevano insistito su cose che non avevano capito e non avrebbero mai compreso. Uomini che avevano al posto del cervello pietre. Pietre dove, come uno stillicidio inutile, erano cadute le parole dei saggi. La donna lo superò senza vederlo e si allontanò con i suoi ricordi tra le tombe bianche che riflettevano il calore del sole.

martedì 4 agosto 2009

......era Cuba


Aveva vissuto la sua vita trascinandosi da una donna a un’altra, da una realtà a un’immagine, da un dipinto a una foto, a un manifesto, da una giovane donna a un fotogramma di un film, da una donna autoritaria a una donna fragile, da una donna allegra a una malata. Innamorandosi e disinnamorandosi, così senza un attimo di pace, alla ricerca della perfezione o della perversione. Spesso si domandava il perché e cercava l’origine nella sua gioventù. Forse una risposta stava nelle miriadi d’immagini, storie, fantasie, paure e insicurezze. Oppure era in uno specchio che rifletteva la sua immagine maschile che si trasformava in femminile nella fantasia della scoperta. Forse la responsabilità era stata del padre o forse della madre. Forse l’origine era nel passato, nelle sue precedenti vite non vissute. Erano i particolari che non riusciva a cogliere. Cos’era stata Cuba per lui, si domandava, certo non la rivoluzione. Anche di lei si era innamorato come se fosse stata una bella donna dalle labbra rosse, come quella di uno spot pubblicitario per l’Havana Club. Cuba era la solitudine, il sudore, una camicia bianca e un panama. Era la sottoveste di una donna che ballava sopra un tavolo per lui. Cuba era un sogno da abbandonare o su cui scherzare. Scese da cavallo e guardò il vecchio negli occhi e capì che quella era Cuba e sorrise.
Il fotografo scattò l’immagine, ma non lo vide, lui non era lì. Rimontò a cavallo, si aggiustò il cappello, si mise in bocca un sigaro, lo accese e ritornò da dove era venuto.