mercoledì 15 aprile 2009

Risurrezione

E’ difficile parlare di risurrezione, una parola che può aprire o chiudere qualsiasi dialogo.
Riflettendo su questo tema, spesso mi domando se la fede non sia più concreta, più vicina e più raggiungibile di quanto non pensi.
Avvicinarsi alla verità è un dono di Dio, che penso sia elargito solo a uomini che hanno raggiunto un’assoluta padronanza di se stessi e che sanno allontanarsi dalle passioni o che le controllano con la ragione e con un’intelligenza viva e felice. Purtroppo non sono uno di questi e allora mi accontento di capire ciò che per me è comprensibile.
L’altro giorno scartabellando tra i miei appunti, con l’intenzione di buttarne qualcuno nel cestino, mi è venuto in mano un foglio con uno scritto del mio Amico Alessandro. L’ho steso bene sulla scrivania e l’ho riletto con attenzione. Per me, che penso che il «mondo a venire» esista già nel presente, questa rilettura è stata di grande consolazione e forse può esserlo anche per molti altri, per questo ho deciso di pubblicare lo scritto su questo blog. Il testo è una riflessione sulla risurrezione di Gesù.

«La risurrezione di Gesù è l’evento che sta alla base di tutto il cristianesimo: senza di essa la nostra fede è «vana» (cfr. 1Cor 15,14). Purtroppo però lungo i secoli si è creata una forte tendenza a considerarla in chiave apologetica come la prova per eccellenza della divinità di Cristo, e di conseguenza come un fatto oggettivo e dimostrabile sul piano storico. Su questa linea si colloca forse già il dettaglio secondo cui Gesù risorto mangia con i suoi discepoli (cfr. Lc 24,43) o di Tommaso che è invitato a mettere il dito nel luogo dei chiodi (Gv 20,27). Questo approccio oggi è contestato da più parti perché è chiaro che i racconti evangelici, per il loro carattere ingenuo e leggendario, attestano non tanto il fatto della risurrezione, quanto piuttosto la fede dei primi cristiani. Credere nella risurrezione non vuol dire accettare come attendibile un racconto storicamente non dimostrabile, ma piuttosto partecipare alla fede della prima comunità.

La risurrezione di Gesù, in quanto oggetto di fede, si coglie all’interno della fede di Israele nella risurrezione finale dei giusti. Questo punto viene tematizzato solo circa un secolo e mezzo prima di Cristo per rispondere alla domanda circa la sorte finale dei giusti: quando Dio instaurerà il suo regno alla fine dei tempi, anche i giusti, che hanno dato la loro vita perché questo evento si realizzasse, usciranno dallo she’ol, il regno dei morti, per partecipare alla felicità del loro popolo. Anche i primi cristiani condividevano questa fede. Essi però credevano che il regno di Dio, la cui venuta costituiva il punto centrale della predicazione di Gesù, fosse già stato inaugurato dalla sua morte in croce. Per loro egli non aveva solo annunziato la venuta imminente del regno di Dio, ma lo aveva anticipato nei segni da lui compiuti, nelle guarigioni, nel perdono dei peccati, nelle beatitudini. Proprio in vista del regno di Dio egli si era opposto a tutti i poteri che rendevano schiavo l’uomo e aveva dichiarato l’uguaglianza di tutti in quanto figli di Dio. Per questo era stato perseguitato, come tutti i profeti prima di lui, era stato tradito dai suoi connazionali e messo a morte dal potere romano. In tal modo egli era diventato il rappresentante di tutta un’umanità discriminata e oppressa. Siccome egli era stato ucciso proprio per le implicazioni religiose, sociali e politiche del suo messaggio, i discepoli hanno creduto che egli fosse risorto per inaugurare la risurrezione finale di tutti i giusti che avrebbe contrassegnato la venuta del regno di Dio alla fine dei tempi.

Proclamando la risurrezione di Gesù, i primi cristiani hanno fatto un gesto di grandissima fede nel Dio dell’esodo e della liberazione di Israele, affermando che Dio non è dalla parte dei potenti di questo mondo, ma degli ultimi ai quali ha promesso per primi il suo regno: «i primi saranno gli ultimi e gli ultimi i primi». Essi erano convinti che, in forza della sua risurrezione, Gesù non era tornato a vivere su questa terra, ma era entrato in una dimensione nuova, in stretta unione con il Padre, e un giorno sarebbe venuto a stabilire definitivamente il suo regno.

Per noi oggi è difficile sapere come siano giunti a questa fede. Per Marco è stata sufficiente l’apparizione alle donne di un angelo che ha annunziato loro la risurrezione di Gesù: ciò significa che Dio solo può rivelare una verità così grande (cfr. Mc 16,1-8). Secondo lui l’angelo ha detto alle donne di avvertire i discepoli che li avrebbe preceduti in Galilea, il luogo della sua predicazione. Esse però non dicono nulla ai discepoli. Costoro dovranno fare anch’essi nel loro intimo l’esperienza della risurrezione di Gesù, senza bisogno di qualsiasi prova esterna. Matteo, Luca e Paolo raccontano invece anche le apparizioni del Risorto. Essi volevano così esprimere quella che era una intuizione profonda, suggerita dalle Scritture. Ma la loro fede non si basava sul fatto che il corpo di Gesù era scomparso o che egli fosse apparso agli apostoli. In essa si esprimeva in termini simbolici il loro modo di vedere e di capire la vita e l’opera del Maestro fino alla sua morte cruenta. La loro fede quindi sarebbe rimasta intatta anche se, come avveniva con coloro che erano stati crocifissi, il corpo di Gesù fosse stato gettato in una fossa comune, e quindi non più identificabile.

La fede nella risurrezione di Gesù non significa dunque accettare, pur in assenza di prove storiche, che il corpo di Gesù sia ritornato in vita, e neppure che egli sia un essere divino che si è incarnato. Al contrario essa consiste nel capire in profondità che Dio, comunque lo si concepisca, è dalla parte dell’uomo, di tutti gli uomini, a partire dagli ultimi, ai quali dà dignità e amore, non alla fine dei tempi o in un altro mondo, ma già ora, in questa vita. Questa convinzione, che va contro ogni evidenza, non può essere che frutto della fede. Perciò credere nella risurrezione significa mettersi dalla parte degli ultimi e lottare per la loro dignità, non con mezzi violenti, ma pagando di persona, con la certezza che solo elevando gli ultimi si provocherà anche la redenzione di tutti».

Nessun commento: