giovedì 2 aprile 2009

Azzurro cimitero di abissi. Una carneficina a difendere la fortezza Europa

Duecento, dicono alcuni lanci d’a­genzia. No, trecento, smentiscono altri. Venti annegati e venti dispersi, se­condo le fonti libiche: cercando di sug­gerire che in fondo non è successo nul­la di più grave del solito. Ma gli scampati al naufragio ripetono ostinati: su quel barcone che affondava, erano in tantis­simi. Uomini, bambini, donne incinte accalcati come bestiame, su delle im­barcazioni da niente. Seduti a cavalcio­ni del bordo, i piedi quasi nell’acqua, stretti fra loro nella paura e nel sudore. Così ridicolmente basso quel parapetto: basta un’onda per scavalcarlo, basta che nello spavento alcuni si alzino, per sbi­lanciare le carrette stracariche. C’era mare grosso, sabato. Le barche han fatto solo trenta miglia. Il vento, e il mare attorno spaventevole e nero. Una tomba fredda quella notte il Mediterra­neo, e silenziosa. Nessuno, al momen­to, ha lanciato l’allarme. Duecento, tre­cento? I caduti della trincea del mare non hanno sepolcro, né un nome. Nu­meri, solo, e anche quelli vaghi. Il mare che si li è presi tornerà calmo, pacifico. Azzurro cimitero di abissi. Tredicimila, in dieci anni, i corpi recu­perati in quel tratto di acque. È una car­neficina nel Mediterraneo, che come u­na grande muraglia protegge l’Europa. Cionostante, ai confini del Primo mon­do una massa di uomini continua a pre­mere. Quattrocento arrivati ieri in po­che ore a Lampedusa, e in Sicilia. Sen­tiamo dire dal ministro degli Interni che col 15 maggio e l’accordo con la Libia gli sbarchi si fermeranno. Se anche fosse vero, viene da chiedersi con la Caritas che ne sarà di quelle decine e decine di migliaia che dal centro dell’Africa attra­verso il deserto arrivano in Libia. Li fer­meranno, ma dove questa umanità di profughi e disperati verrà risospinta? Al­le spalle della Libia c’è il deserto. Che la promessa tregua degli sbarchi non ser­va solo a spostare la strage più in là, nel­la polvere – ancora più invisibile che in questi allucinati, confusi bilanci di o­scuri naufragi. Chi, sul molo di quello scoglio proteso sull’Africa che è Lampedusa, vede sbar­care i migranti – le donne con i figli fra le braccia, e quelli che pregano per rin­graziare Dio della terra su cui mettono i piedi – non può sottrarsi a un pensiero: questo non è semplicemente un flusso di immigrazione clandestina, ma un mi­grare storico, come quello delle popola­zioni che coi loro esodi formarono l’Oc­cidente. (Uno studio dell’Università di Liverpool e di un medico italiano ha pa­ragonato le condizioni sugli scafi dalla Libia con quelle sulle navi che portava­no gli schiavi in America. Sono più gre­miti questi scafi). È un fiume immenso che, trattenuto, trabocca comunque, co­me l’acqua dalla fessura di una diga. Non basta la polizia, per fermare un fiume. Dal Consiglio d’Europa ieri s’è levata u­na voce, come un sussulto di coscienza. Occorre un piano, ha detto il presiden­te, di investimenti comunitari perché questa gente possa lavorare e vivere nel suo paese. Quei morti, ha ricordato, pe­sano sulla nostra coscienza. Ma quan­do da dentro la nostra fortezza si vedrà chiaro, verso Sud, ai margini, l’onda gon­fia che preme? Arrivano, quando arriva­no vivi, con addosso false Nike, falsi Le­vi’s – tre paia uno sopra l’altro, perché so­no vietate le valigie – false magliette fir­mate. E quegli abiti zuppi d’acqua e sporchi sembrano una preghiera: ve­stiamo come voi, siamo dei vostri, fate­ci entrare. Ci sono su quelle barche pa­dri e madri con i figli che li aspettano a casa. E giovani forti, spavaldi: certi che – in un modo o nell’altro – ce la faranno. Donne rimaste incinte in stupri nel lun­go viaggio, esposto a ogni predone. Quelle barche sono gremite di uomini. Ognuno è una storia. Ed è bestiale che non sappiamo nemmeno in quanti so­no morti, l’altra notte. Duecento, tre­cento? La fortezza Europa pensa so­prattutto a difendersi. E solo gli occhi di Dio conoscono ognuna di quelle croci, in fondo al mare.

Autore: Marina Corradi
Giornale: Avvenire
Data: 01/04/2009

1 commento:

Lodovico Valentini Perugia ha detto...

Ricevo dalla mia amica Aurora e pubblico:

"Ciao ho letto l'articolo che dire...Io vivo alle Canarie e faccio volontariato nella croce rossa ,il 17 febbraio di quest'anno 25 clandestini sono morti mentre cercavano di raggiungere il ns arcipelago, 19 erano minori. Non posso descriverti lo strazio e il dolore che ho provato per quella povera gente, nel frattempo ,la sola maniera che i nostri governanti hanno per affrontare il problema e' sfornare un decreto che potenzia le attivita' di contrasto e di gestione del fenomeno. Nessuna traccia di iniziative umanitarie, nessun tentativo di contrastare l'aumento di morti nel grande cimitero in fondo al mare."