sabato 31 gennaio 2009

I'm sinking' down

C'erano delle cose che il cavaliere non poteva confidare nemmeno a se stesso. Nel silenzio della notte ascoltò la sua voce interiore e i suoi cani si agitarono. Poi tornò tutto tranquillo e il cavaliere si ricordò di un uomo saggio al di là della saggezza del suo sapere, poiché sapeva esattamente cosa non sapeva. Lui semplicemente non voleva sapere, si raggomitolò nel sacco a pelo costringendo Angelo a spostarsi. Il cane si alzò, si allontanò di qualche passo e poi tornò ad accucciarsi di fianco al suo compagno. La neve tornò a cadere, il cavaliere prese la coperta che aveva sotto la testa e coprì completamente se stesso e il suo amico. Finalmente si addormentò cantando «You can run, you can run, Tell my friend, boy, Willie Brown. Run, you can run. Tell my friend, boy, Willie Brown. And I’m standin’ at the crossroad. Believe I’m sinkin’ down».

mercoledì 28 gennaio 2009

Los Carpinchos e la “Musica Gestuale”. Los Carpinchos and “Miming to Music”

Presto su questo sito, le foto della band che ideò le prime rappresentazioni di “Musica Gestuale”.
Trent’anni prima dell’avvento dell’air-guitar.
Un evento da non perdere con foto rare, mai viste prima.
I volti, le espressioni e le mosse di cinque interpreti indimenticabili.
Tra dieci giorni, qui, quasi dal vivo. Non mancate!

Soon on this site, the photos of the band that invented the first performances of “Miming to Music”.
Thirty years before the advent of the air-guitar.
An event that can’t be missed with rare, never-seen-before photos.
The faces, expressions and moves of five unforgettable performers.
Within 10 days, here, almost live. Don’t miss it!

Il vescovo Williamson e la bocca verticale

Se questo Williamson avesse la bocca fatta in verticale farebbe solo “trombette”.

lunedì 26 gennaio 2009

Un lupo nella notte

La neve era così alta che la slitta si era incastrata in un cumulo, il cavaliere si era seduto su un tronco d’albero e guardava tristemente Angelo. Gli occhi grigi del cane ricambiavano il suo sguardo con espressione interrogativa. Gli altri cani si erano abbattuti nella neve e ansimavano per lo sforzo fatto. Un silenzio assoluto circondava il gruppo. L’ombra uscì dal bosco con il suo mantello nero e il cappuccio calato sugli occhi. Il cavaliere non poteva mantenere il suo appuntamento, la sua mossa si era rivelata sbagliata ed ora l’ombra era venuta per muovere il suo pezzo, ma il tempo era a fianco del cavaliere, il tramonto si stava trasformando in notte, l’ombra si confuse e sparì. Time, time, time is on my side, yes it is. Il cavaliere si alzò, prese dal suo zaino le calzette per tenere calde le estremità dei suoi cani e le mise ad ognuno di loro, poi si infilò nel sacco a pelo. Angelo annusò l'aria e si acquattò al suo fianco. Un lupo ululò nella notte e tornò un silenzio naturale, notturno, tranquillo.

venerdì 23 gennaio 2009

I, Flathead

Grande Ry Cooder, tutte le sue proposte sono dei capolavori, questo però è particolare. Ry nelle prime righe del librettino che accompagna questo sua opera scrive: «I tried to make a good record for you, the public» infatti, questo cd è molto aperto all’ascolto, ed è fruibile per un pubblico anche di non esperti, fedeli o appassionati della musica di questo straordinario artista.

giovedì 22 gennaio 2009

Il Discorso del Presidente degli Stati Uniti d'America

Molti sono gli argomenti di interesse universale che il discorso del Presidente degli Stati Uniti ha toccato, ma il concetto di Libertà è planetario. Con profondo rispetto per una democrazia che alcune volte riesce ad esprimersi meglio di altre, può la Libertà essere vincolata alla forza di un’ipotesi di “destino manifesto”, od è più vicina ad un concetto di pace, amore e non violenza? La Libertà forse non appartiene a nessuno, è un’utopia che chiede grandi sacrifici e spesso grandi sconfitte ed è legata indissolubilmente all’amore per il prossimo. Cose pensate?
Allego, sempre con doveroso e profondo rispetto:
Il Discorso del Presidente degli Stati Uniti d'America

Concittadini, oggi sono qui di fronte a voi con umiltà di fronte all'incarico, grato per la fiducia che avete accordato, memore dei sacrifici sostenuti dai nostri antenati. Ringrazio il presidente Bush per il suo servizio alla nostra nazione, come anche per la generosità e la cooperazione che ha dimostrato durante questa transizione.
Sono quarantaquattro gli americani che hanno giurato come presidenti. Le parole sono state pronunciate nel corso di maree montanti di prosperità e in acque tranquille di pace. Ancora, il giuramento è stato pronunciato sotto un cielo denso di nuvole e tempeste furiose. In questi momenti, l'America va avanti non semplicemente per il livello o per la visione di coloro che ricoprono l'alto ufficio, ma perché noi, il popolo, siamo rimasti fedeli agli ideali dei nostri antenati, e alla verità dei nostri documenti fondanti. Così è stato. Così deve essere con questa generazione di americani.
Che siamo nel mezzo della crisi ora è ben compreso. La nostra nazione è in guerra, contro una rete di vasta portata di violenza e odio. La nostra economia è duramente indebolita, in conseguenza dell'avidità e dell'irresponsabilità di alcuni, ma anche del nostro fallimento collettivo nel compiere scelte dure e preparare la nazione a una nuova era. Case sono andate perdute; posti di lavoro tagliati, attività chiuse. La nostra sanità è troppo costosa, le nostre scuole trascurano troppi; e ogni giorno aggiunge un'ulteriore prova del fatto che i modi in cui usiamo l'energia rafforzano i nostri avversari e minacciano il nostro pianeta.
Questi sono indicatori di crisi, soggetto di dati e di statistiche. Meno misurabile ma non meno profondo è l'inaridire della fiducia nella nostra terra: la fastidiosa paura che il declino dell'America sia inevitabile, e che la prossima generazione debba ridurre le proprie mire. Oggi vi dico che le sfide che affrontiamo sono reali. Sono serie e sono molte. Non saranno vinte facilmente o in un breve lasso di tempo. Ma sappi questo, America: saranno vinte. In questo giorno, ci riuniamo perché abbiamo scelto la speranza sulla paura, l'unità degli scopi sul conflitto e la discordia. In questo giorno, veniamo per proclamare la fine delle futili lagnanze e delle false promesse, delle recriminazioni e dei dogmi logori, che per troppo a lungo hanno strangolato la nostra politica.
Rimaniamo una nazione giovane, ma, nelle parole della Scrittura, il tempo è venuto di mettere da parte le cose infantili. Il tempo è venuto di riaffermare il nostro spirito durevole; di scegliere la nostra storia migliore; di riportare a nuovo quel prezioso regalo, quella nobile idea, passata di generazione in generazione: la promessa mandata del cielo che tutti sono uguali, tutti sono liberi, e tutti meritano una possibilità per conseguire pienamente la loro felicità.
Nel riaffermare la grandezza della nostra nazione, capiamo che la grandezza non va mai data per scontata. Bisogna guadagnarsela. Il nostro viaggio non è mai stato fatto di scorciatoie o di ribassi. Non è stato un sentiero per i deboli di cuore, per chi preferisce l’ozio al lavoro, o cerca solo i piaceri delle ricchezze e della celebrità. E’ stato invece il percorso di chi corre rischi, di chi agisce, di chi fabbrica: alcuni celebrato ma più spesso uomini e donne oscuri nelle loro fatiche, che ci hanno portato in cima a un percorso lungo e faticoso verso la prosperità e la libertà.
Per noi hanno messo in valigia le poche cose che possedevano e hanno traversato gli oceani alla ricerca di una nuova vita.
Per noi hanno faticato nelle fabbriche e hanno colonizzato il West; hanno tollerato il morso della frusta e arato il duroterreno.
Per noi hanno combattuto e sono morti in posti come Concord e Gettysburg, la Normandia e Khe Sahn.
Ancora e ancora questi uomini e queste donne hanno lottato e si sono sacrificati e hanno lavorato fino ad avere le mani in sangue, perché noi potessimo avere un futuro migliore. Vedevano l’America come più grande delle somme delle nostre ambizioni individuali, più grande di tutte le differenze di nascita o censo o partigianeria.
Questo è il viaggio che continuiamo oggi. Rimaniamo il paese più prosperoso e più potente della Terra. I nostri operai non sono meno produttivi di quando la crisi è cominciata. Le nostre menti non sono meno inventive, i nostri beni e servizi non meno necessari della settimana scorsa o del mese scorso o dell’anno scorso. Le nostre capacità rimangono intatte. Ma il nostro tempo di stare fermi, di proteggere interessi meschini e rimandare le decisioni sgradevoli, quel tempo di sicuro è passato. A partire da oggi, dobbiamo tirarci su, rimetterci in piedi e ricominciare il lavoro di rifare l’America.
Perché ovunque guardiamo, c’è lavoro da fare. Lo stato dell’economia richiede azioni coraggiose e rapide, e noi agiremo: non solo per creare nuovi lavori ma per gettare le fondamenta della crescita. Costruiremo le strade e i ponti, le reti elettriche, le linee digitali per nutrire il nostro commercio e legarci assieme. Ridaremo alla scienza il posto che le spetta di diritto e piegheremo le meraviglie della tecnologia per migliorare le cure sanitarie e abbassarne i costi. Metteremo le briglie al sole e ai venti e alla terra per rifornire le nostre vetture e alimentare le nostre fabbriche. E trasformeremo le nostre scuole e i college e le università per soddisfare le esigenze di una nuova era. Tutto questo possiamo farlo. E tutto questo faremo.
Ci sono alcuni che mettono in dubbio l’ampiezza delle nostre ambizioni, che suggeriscono che il nostro sistema non può tollerare troppi piani grandiosi. Hanno la memoria corta. Perché hanno dimenticato quanto questo paese ha già fatto: quanto uomini e donne libere possono ottenere quando l’immaginazione si unisce a uno scopo comune, la necessità al coraggio.
Quello che i cinici non riescono a capire è che il terreno si è mosso sotto i loro piedi, che i diverbi politici stantii che ci hanno consumato tanto a lungo non hanno più corso. La domanda che ci poniamo oggi non è se il nostro governo sia troppo grande o troppo piccolo, ma se funziona: se aiuta le famiglie a trovare lavori con stipendi decenti, cure che possono permettersi, unapensione dignitosa. Quando la risposta è sì, intendiamo andareavanti. Quando la risposta è no, i programmi saranno interrotti. E quelli di noi che gestiscono i dollari pubblici saranno chiamati a renderne conto: a spendere saggiamente, a riformare le cattive abitudini, e fare il loro lavoro alla luce del solo, perché solo allora potremo restaurare la fiducia vitale fra un popolo e il suo governo.
Né la domanda è se il mercato sia una forza per il bene o per il male. Il suo potere di generare ricchezza e aumentare la libertànon conosce paragoni, ma questa crisi ci ha ricordato che senza occhi vigili, il mercato può andare fuori controllo, e che unpaese non può prosperare a lungo se favorisce solo i ricchi. Il successo della nostra economia non dipende solo dalle dimensioni del nostro prodotto interno lordo, ma dall’ampiezza della nostra prosperità, dalla nostra capacità di ampliare le opportunità a ogni cuore volonteroso, non per beneficenza ma perché è la via più sicura verso il bene comune.
Per quel che riguarda la nostra difesa comune, respingiamo come falsa la scelta tra la nostra sicurezza e i nostri ideali. I Padri Fondatori, di fronte a pericoli che facciamo fatica a immaginare, prepararono un Carta che garantisse il rispetto della legge e i diritti dell’uomo, una Carta ampliata con il sangue versato da generazioni. Quegli ideali illuminano ancora il mondoe non vi rinunceremo in nome del bisogno. E a tutte le persone e i governi che oggi ci guardano, dalle capitali più grandi al piccolo villaggio in cui nacque mio padre, dico: sappiate che l’America è amica di ogni nazione e di ogni uomo, donna e bambino che cerca un futuro di pace e dignità, e che siamo pronti di nuovo a fare da guida.
Ricordate che le generazioni passate sconfissero il fascismo e il comunismo non solo con i carri armati e i missili, ma con alleanze solide e convinzioni tenaci. Capirono che la nostra forza da sola non basta a proteggerci, né ci dà il diritto di fare come ci pare. Al contrario, seppero che il potere cresce quando se ne fa un uso prudente; che la nostra sicurezza promana dal fatto che la nostra causa giusta, dalla forza del nostro esempio, dalle qualità dell’umiltà e della moderazione.
Noi siamo i custodi di questa eredità. Guidati ancora una volta da questi principi, possiamo affrontare quelle nuove minacce cherichiedono sforzi ancora maggiori - e ancora maggior cooperazione e comprensione fra le nazioni. Inizieremo a lasciare responsabilmente l’Iraq al suo popolo, e a forgiare una pace pagata a caro prezzo in Afghanistan. Insieme ai vecchi amici e agli ex nemici, lavoreremo senza sosta per diminuire la minaccia nucleare, e allontanare lo spettro di un pianeta surriscaldato. Non chiederemo scusa per la nostra maniera di vivere, né esiteremo a difenderla, e a coloro che cercano di ottenere i loro scopi attraverso il terrore e il massacro di persone innocenti, diciamo che il nostro spirito è più forte e non potrà essere spezzato. Non riuscirete a sopravviverci, e vi sconfiggeremo.
Perché sappiamo che il nostro multiforme retaggio è una forza, non una debolezza: siamo un Paese di cristiani, musulmani, ebrei e indù - e di non credenti; scolpiti da ogni lingua e cultura, provenienti da ogni angolo della terra. E dal momento che abbiamo provato l’amaro calice della guerra civile e della segregazione razziale, per emergerne più forti e più uniti, non possiamo che credere che odii di lunga data un giorno scompariranno; che i confini delle tribù un giorno si dissolveranno; che mentre il mondo si va facendo più piccolo, la nostra comune umanità dovrà venire alla luce; e che l’America dovrà svolgere un suo ruolo nell’accogliere una nuova era di pace.
Al mondo islamico diciamo di voler cercare una nuova via di progresso, basato sull’interesse comune e sul reciproco rispetto. A quei dirigenti nel mondo che cercano di seminare la discordia, o di scaricare sull’Occidente la colpa dei mali delle loro società, diciamo: sappiate che il vostro popolo vi giudicherà in base a ciò che siete in grado di costruire, non di distruggere. A coloro che si aggrappano al potere grazie alla corruzione, all’inganno, alla repressione del dissenso, diciamo: sappiate che siete dalla parte sbagliata della Storia; ma che siamo disposti a tendere la mano se sarete disposti a sciogliere il pugno.
Ai popoli dei Paesi poveri, diciamo di volerci impegnare insieme a voi per far rendere le vostre fattorie e far scorrere acque pulita; per nutrire i corpi e le menti affamate. E a quei Paesi che come noi hanno la fortuna di godere di una relativa abbondanza, diciamo che non possiamo più permetterci di essere indifferenti verso la sofferenza fuori dai nostri confini; né possiamo consumare le risorse del pianeta senza pensare alle conseguenze. Perché il mondo è cambiato, e noi dobbiamo cambiare insieme al mondo.
Volgendo lo sguardo alla strada che si snoda davanti a noi, ricordiamo con umile gratitudine quei coraggiosi americani che in questo stesso momento pattugliano deserti e montagne lontane. Oggi hanno qualcosa da dirci, così come il sussurro che ci arriva lungo gli anni dagli eroi caduti che riposano ad Arlington: rendiamo loro onore non solo perché sono custodi della nostra libertà, ma perché rappresentano lo spirito di servizio, la volontà di trovare un significato in qualcosa che li trascende. Eppure in questo momento - un momento che segnerà una generazione - è precisamente questo spirito che deve animarci tutti.
Perché, per quanto il governo debba e possa fare, in definitiva sono la fede e la determinazione del popolo americano su cui questo Paese si appoggia. E’ la bontà di chi accoglie uno straniero quando le dighe si spezzano, l’altruismo degli operai che preferiscono lavorare meno che vedere un amico perdere il lavoro, a guidarci nelle nostre ore più scure. E’ il coraggio del pompiere che affronta una scala piena di fumo, ma anche la prontezza di un genitore a curare un bambino, che in ultima analisi decidono il nostro destino.
Le nostre sfide possono essere nuove, gli strumenti con cui le affrontiamo possono essere nuovi, ma i valori da cui dipende il nostro successo - il lavoro duro e l’onestà, il coraggio e il fair play, la tolleranza e la curiosità, la lealtà e il patriottismo - queste cose sono antiche. Queste cose sono vere. Sono state la quieta forza del progresso in tutta la nostra storia. Quello che serve è un ritorno a queste verità. Quello che ci è richiesto adesso è una nuova era di responsabilità - un riconoscimento, da parte di ogni americano, che abbiamo doveri verso noi stessi, verso la nazione e il mondo, doveri che non accettiamo a malincuore ma piuttosto afferriamo con gioia, saldi nella nozione che non c’è nulla di più soddisfacente per lo spirito, di più caratteristico della nostra anima, che dare tutto a un compito difficile.
Questo è il prezzo e la promessa della cittadinanza.
Questa è la fonte della nostra fiducia: la nozione che Dio ci chiama a forgiarci un destino incerto. Questo il significato della nostra libertà e del nostro credo: il motivo per cui uomini e donne e bambine di ogni razza e ogni fede possono unirsi in celebrazione attraverso questo splendido viale, e per cui un uomo il cui padre sessant’anni fa avrebbe potuto non essere servito al ristorante oggi può starvi davanti a pronunciare un giuramento sacro.
E allora segnamo questo giorno col ricordo di chi siamo e quanta strada abbiamo fatto. Nell’anno della nascita dell’America, nel più freddo dei mesi, un drappello di patrioti si affollava vicino a fuochi morenti sulle rive di un fiume gelato. La capitale era abbandonata. Il nemico avanzava, la neve era macchiata di sangue. E nel momento in cui la nostra rivoluzione più era in dubbio, il padre della nostra nazione ordinò che queste parole fossero lette al popolo: “Che si dica al mondo futuro... Che nel profondo dell’inverno, quando nulla tranne la speranza e il coraggio potevano sopravvivere... Che la città e il paese, allarmati di fronte a un comune pericolo, vennero avanti a incontrarlo”.
America. Di fronte ai nostri comuni pericoli, in questo inverno delle nostre fatiche, ricordiamoci queste parole senza tempo. Con speranza e coraggio, affrontiamo una volta ancora le correnti gelide, e sopportiamo le tempeste che verranno. Che i figli dei nostri figli possano dire che quando fummo messi alla prova non ci tirammo indietro né inciampammo; e con gli occhi fissi sull’orizzonte e la grazia di Dio con noi, portammo avanti quel grande dono della libertà, e lo consegnammo intatto alle generazioni future.
20 gennaio 2009

Per l’amico che ci visita da Israele

Ci farebbe molto piacere caro Amico, che tu ci scrivessi. Naturalmente se vuoi. Siamo molto colpiti, piacevolmente colpiti dalle tue visite rapide, forse troppo rapide. Fermati e se conosci l’italiano scrivici, if you don’t know our language, please you can use the English language.

lunedì 19 gennaio 2009

Maternità 2


Maternità 1

«Ho girato l’angolo, ero in un tempio induista nel Tamil Nadu, ed ecco senza farmi accorgere ho fatto alcuni scatti in sequenza. La mano mi tremava per l’emozione, ricordo ancoro un certo senso di disagio, ma non ho potuto lasciare che questo amore si perdesse nel tempo». Così mi ha detto Lino, sono le stesse sensazioni che ho provato guardando queste immagini.

venerdì 16 gennaio 2009

Immagini con cui parlare sottovoce

“Dedicato alla gente della mia seconda terra”, così ha voluto introdurre il suo libro Mario Cucchi. Migliore inizio non poteva esserci, infatti, il Messico è entrato nella pelle del mio amico e le immagini di “ViteSegnate” lo dimostrano ampiamente. L’arte di questo autore va oltre la fotografia e questo è ben spiegato nell’introduzione alla monografia di Carlo Angelo Tosi di cui riporto alcune righe: «L’immagine somiglia alla realtà e la realtà è più ricca di quella che si percepisce. E’ dalla somiglianza che Mario Cucchi inizia il suo lavoro, ma per lui è solo il punto di partenza su cui riflettere. Le immagini per lui diventano una serie infinita di incontri e storie che si sovrappongono e si incrociano, una sintesi di molti pensieri, punti di richiamo della sua consapevolezza. Immagini con cui parlare sottovoce».

Chi volesse maggiori informazioni su “ViteSegnate” o acquistare la monografia può inviare una mail al seguente indirizzo: info@lafonderia.com

giovedì 15 gennaio 2009

The Noi

The Noi o più semplicemente Noi, fu una famosa band milanese tra gli anni ’60 e ’70. La band vinse molti concorsi per giovani promesse al Piper di Milano. I Noi furono gli inventori della nota “La scatola” cioè l’esecuzione di brani musicali uno dentro l’altro. “La scatola” fu utilizzata dalla band come forma di ribellione nei confronti degli organizzatori del concorso. L’ultima volta che la band si esibì al Piper, gli organizzatori esasperati da “La scatola” tolsero la corrente al locale. I componenti dei Noi erano: Alberto Signorini (voce e chitarra), Daniele Ravenna[1] (chitarra solista), Gigi Zazzeri (batteria e sigaro), Carlo Angelo Tosi (basso e voce). La band si sciolse alla fine degli anni Settanta ma ancora oggi alcuni dei componenti sono attivi sulla scena milanese. Difficile riconoscerli perché portano i baffi!

Due dei componenti della band sono ricordati dalla Milano Underground anche per altre iniziative. Infatti, Daniele Ravenna e Carlo Angelo Tosi, indubbiamente due eccentrici personaggi, lanciarono la “Musica Gestuale”. Questa particolare espressione artistica fu da loro ideata, intorno agli anni Settanta, insieme al famoso solista Daniele Cima.
Attori di questa forma di spettacolo furono, insieme a loro, Paul Collins e Kiki Enrico Brenna.
La "Musica Gestuale" è una forma artistica ancora oggi praticata in Italia. Recentemente Daniele Ravenna ha partecipato ad un festival di “Musica Gestuale” interpretando il suo famoso personaggio Kit Arra.
[1] Daniele Ravenna indossa una maglietta rossa e blu prestata per generosa iniziativa dell’amico Mattia Jona al momento della repentina convocazione della band sul set fotografico.

mercoledì 14 gennaio 2009

Freezzzzz

Bisogna dedicare del tempo per capire se stessi e ancora di più per capire il prossimo. Siamo come dei diamanti con molte facce, alcune brillano, altre sono oscure. Alcuni riescono a brillare un pochino, altri sono bui come la notte.
Seduto sulla sua slitta il cavaliere guardava la neve cadere. La sua mano stringeva un pedone nero. Lo stringeva forte, sempre più forte sin quando si frantumò tra le sue dita gelide. Guardò in alto la punta di ghiaccio sopra la sua testa e proprio in quel momento una goccia si fermò immobile, freeezzzz, ghiacciata. I cani scodinzolarono tra le sue gambe in silenzio. La neve aveva cancellato le impronte di chi si era allontanato da lui, un’ombra. Il cavaliere aprì la sua mano e lasciò cadere nella neve i frantumi neri del pedone, chiuse la scacchiera e la ripose nella sacca, in silenzio, senza fretta, solo il fremito del suo cuore era l’insolito di quel paesaggio. I can drive my sleigh baby, oh yee! Oh yee! I tuoi occhi sono fari abbaglianti e illuminano la notte davanti. Yeeee!

Nevica al rifugio


Rilassatevi!

martedì 13 gennaio 2009

We've Gotta Get Out Of This Place

Solo perché se ne vedono solo quattro!

Il furore di Dio

Un libro da leggere, ma solo da chi ha una fede molto forte.
A chi non ha fede, consiglio di leggerlo solo se ha molta fede nel non avere fede.

P. SLOTERDIJK, Il furore di Dio. Sul conflitto dei tre monoteismi, Cortina Editore.

venerdì 9 gennaio 2009

Una slitta nella neve

Siamo immersi nella neve, i nostri cani non hanno più la forza di tirare la slitta. Ci siamo fermati in un rifugio, io ne approfitto per leggere alcuni libri, mentre Aqiva sta scrivendo gli ultimi capitoli di un nuovo saggio. Sono riuscito a collegarmi solo oggi ad internet. E’ fantastico mai vista così tanta neve, qui si mangia divinamente e si beve altrettanto bene. A presto.